ciao

martedì 25 giugno 2013

La storia di Michela che si sente (ed è diventato) Michele


«Spera che muoia presto, che il Signore se la chiami...». «Cacciala di casa...». Un mostro, un essere abominevole , una pervertita che i vicini evitavano non solo di toccare ma anche di guardare. Michela Formisano aveva provato a manifestare il suo disagio di essere donna. Donna in senso biologico e psicologico. 
«Perché mi sono sempre sentito un uomo e mi sono sempre comportato come un maschio dall'età di 5 anni». 
La mamma non l'ha cacciata di casa né ha pregato il Signore che morisse. Ma è stata in silenzio. Troppi tabù da affrontare. Non ha fatto meglio tutto il mondo che la circondava. Isolata, denigrata, evitata: lo schiaffo della società. 

MICHELA/MICHELE - Michela oggi è Michele. In una vocale c'è tutto il dramma di una persona messa con le spalle al muro. Pregiudizio e fobia l'hanno costretta a vivere situazioni di una indicibile sofferenza. «Avevo tanti muri attorno, non potevo parlare con nessuno. Vedevo ogni giorno il mio corpo svilupparsi in senso contrario a come io mi sentivo. Pensavo che per me non ci fosse via d'uscita. Ho meditato subito il suicidio ma mi è mancato il coraggio». Miki decide di uccidersi lentamente, con la droga. In un batter d'occhi entra nel tunnel dell'eroina. Non riesce a prostituirsi. Per trovare i soldi entra in una banda criminale. Progetta il sequestro di persona di un noto spacciatore pugliese. Finisce in carcere. Continua a drogarsi anche in carcere. Anzi, lì peggiora. Diventa un mezzo in mano alla criminalità pugliese. «L'eroina arrivava attraverso le guardie penitenziarie e per altre vie. Ovviamente in cambio dovevi qualcosa». Poi la scoperta di essere affetto da Aids. Erano gli anni in cui andare in farmacia e chiedere siringhe pulite faceva scalpore. Così, in gruppi di cinque o sei persone, si scambiano la stessa siringa. Avverte la "fine" che si avvicina. «Era un dolore forte ma meno forte rispetto a quello che provavo per la mia condizione biologica. Il seno, le mestruazioni... erano per me colpi lancinanti». 

LA RINASCITA - Il momento di consapevolezza arriva dopo tante morti di amici. Quasi per caso si imbatte in persone che avevano fatto il percorso del cambio di sesso. «A quel punto mi sono detto: Allora c'è una possibilità anche per me». Più scopre nuove informazioni e più Miki recupera la speranza e la voglia di vivere. Inizia il percorso psicologico, poi la cura a base di testosterone e l'intervento per rimuovere utero, ovaie e seno. Non c'è obbligo, invece, per la ricostruzione del pene. Oggi sulla carta d'identità esiste solo Michele Formisano. E' finito un calvario ma non lo scivoloso sentiero del pregiudizio. «Persone che con me erano gentilissime e affabili, quando hanno saputo che ho cambiato sesso si sono allontanate, proprio fisicamente, evitavano persino di stringermi la mano. Vorrei spiegare loro e agli altri che non siamo dei deviati né dei pervertiti. Siamo persone normali come tante altre solo che al momento della nascita qualcosa si è inceppato». Cuore, anima e sentimenti Miki ora li impegna in un'associazione che si occupa di prevenzione di malattie sessualmente trasmissibili, tutela dei pazienti e diritti civili. Svolge volontariato come se fosse una missione. Per lui è un dovere. Il dovere di chi sa di aver fatto del male alla società e ora vuole recuperare. «L'informazione è ricchezza» ci ripete più volte. E' l'informazione che non ha avuto lui nel momento critico della sua vita e che ora offre in prima persone a tutti coloro che possono trovarsi in condizioni simili. Al suo fianco c'è sempre Marilena. Una donna sposata, con due figli, che si è innamorata di lui prima ancora del percorso di transizione. «Non lo so spiegare come è successo. So solo che mi sono innamorata di una persona dolcissima che mi ricopriva di attenzioni. Talmente innamorata che non mi ha fermato nulla» racconta seduta sulla panchina del parco che frequentano nelle belle giornate di sole. Michele Formisano sta provando a scrivere un libro. Il titolo vorrebbe che fosse «Resto umano», un gioco di parole per rimarcare il fatto che nonostante tutte le disavventure è rimasto un essere umano. Ma anche una metafora per raffigurare lo stato in cui si era ridotto prima che qualcuno si decidesse a tendergli una mano.