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venerdì 24 maggio 2013

Bambini con disforia di genere: meglio aspettare?



Sabato 6 Aprile a Firenze è stato realizzato un interessante convegno Internazionale sull’Identità di Genere in Età Evolutiva, organizzato da Ireos, una comunità queer autogestita di Firenze, Istituto Miller e il Consultorio Transgenere di Torre del Lago. Durante il convegno sono stati trattati interessanti aspetti riguardo la Disforia di Genere nell’età dello sviluppo (infanzia e adolescenza): sono stati presentati i nuovi criteri diagnostici che saranno presenti sul DSM V in fase di pubblicazione, le condizioni di intersessualità, le problematiche familiari legate; sono stati presentati alcuni dati di ricerca molto recenti e sono stati discusse le diverse possibilità di accompagnamento di questi bambini e adolescenti.
Un aspetto che mi ha particolarmente colpito (scrive la Dott.ssa Chiara Caravà) è proprio quello della presa in carico della disforia di genere nei bambini; è emerso che in Italia è ancora molto difficile trattare questa tematica, le famiglie che chiedono aiuto sono ancora poche, e c’è una bassissima conoscenza su ciò che concerne l’identità di genere.
A Torino, Roma e Napoli hanno cominciato ad occuparsene: vengono dedicate risorse e spazi specifici proprio per seguire i bambini, gli adolescenti e le loro famiglie; vengono proposti corsi di formazione nelle scuole per aiutare gli insegnanti a comprendere e gestire le diverse situazioni che possono presentarsi.

Josie, bambina transgender, 8 anni. Arizona.
Ma a che punto sono gli altri Paesi? A Firenze sono stati presentati i modelli di intervento adottati a Londra, presso il Servizio per lo Sviluppo dell’Identità di Genere della Tavistock, dove lavora il Prof. Di Ceglie, e il modello adottato presso il VU University Medical Center di Amsterdam (presentato dalla Dott.ssa Annelijn Kruger). Le terapie che vengono proposte sono in parte terapie “affermative” (ovvero propense ad affermare l’identità di genere vissuta e non a reprimerla): l’obiettivo principale è quello di aumentare il benessere del soggetto coinvolto e di tutta la sua famiglia, attraverso una collaborazione e uno scambio continuo con pediatri, scuola, compagni dei bambini.

Fondamentale è aiutare i genitori e i figli a prendere decisioni consapevoli riguardo a una“transizione sociale”, ovvero la possibilità di permettere ai bambini di vivere secondo il genere percepito nei diversi contesti sociali.

Molto importante, come afferma il Prof. Di Ceglie, è mantenere sempre aperta “l’incertezza”, perché i dati attuali ci dicono che gli esiti di una disforia di genere in età infantile vanno generalmente verso l’omosessualità, solo dal 12% al 27% dei bambini porta avanti una transizione completa.
Si preparano quindi i genitori ad essere aperti a una possibile “seconda transizione”!

Questo approccio, che si focalizza sugli aspetti psicologici e sociali/familiari, può essere integrato con un ulteriore tipo di intervento, che coinvolge anche l’aspetto medico e fisico: si tratta di posticipare la pubertà somministrando ormoni specifici.

Ad Amsterdam, come in Canada, questo tipo di intervento suscita attualmente molto dibattito: l’utilizzo di ormoni specifici, detti GnRH, ormoni che ritardano l’arrivo della pubertà e quindi “bloccano” alcuni cambiamenti fisici specifici (es. crescita dei peli, del seno, ecc..); verso i 15-16 anni il ragazzo o la ragazza coinvolti possono decidere se continuare con il percorso di transizione, assumendo ormoni cross-sex ed eventualmente operarsi dopo la maggiore età, oppure possono interrompere gli ormoni GnRH e interrompere la transizione.

Nell’ambiente scientifico si ritiene che posticipare la pubertà possa portare alcuni importanti vantaggi

- La soppressione dello sviluppo somatosessuale sembrerebbe alleviare le sofferenze del paziente.
- Il trattamento cosi pensato permette che gli interventi di riattribuzione di sesso (RCS), eseguiti poi dopo i 18 anni, siano “qualitativamente” migliori, da un punto di vista estetico..insomma, il corpo si armonizzerebbe meglio con l’identità di genere percepita.
- Adeguare lo sviluppo fisico del corpo con la propria identità di genere permetterebbe alla persona di sentirsi più a suo agio nelle relazioni sociali, sviluppare maggiore autostima, rafforzare la propria identità e prevenire di conseguenza una comorbidità psichiatrica (ovvero l’insorgere di problematiche psichiatriche quali la depressione, disturbi alimentari, abuso di sostanze, rischio suicidario, ecc..).
- I dati attuali indicano che non sembrano esserci controindicazioni per la salute fisica.

Nessuna critica a questo approccio? Ovviamente sì.

- Un trattamento cosi precoce potrebbe portare l’adolescente all’impossibilità di capire quali sono le sue preferenze sessuali e l’identità di genere che si sarebbe sviluppata con la produzione ormonale “normale” della pubertà.
- Come abbiamo già accennato, alcuni studi hanno mostrato che la disforia di genere in una grande percentuale tende a cambiare, mutando nell’età adulta in un orientamento sessuale omosessuale. Una terapia ormonale precoce impedirebbe quindi uno sviluppo “libero” del proprio orientamento omosessuale.
- Un trattamento ormonale precoce è considerato un “approccio biologico”, che lascerebbe poco spazio alla possibilità di analizzare la situazione da altri punti di vista, attraverso una psicoterapia individuale e familiare.

Questo tipo di intervento è una possibilità che viene offerta: la famiglia e il/la bambino/a scelgono questa direzione dopo approfonditi colloqui con l’equpie di medici e psicologi, che valutano attentamente le situazioni specifiche, e accompagnano passo per passo il nucleo familiare.

Valentjin da adolescente
Photocredit: http://bit.ly/10A2xO5

Per portare una testimonianza su questo tipo di intervento è stato trasmesso per la prima volta in Italia, un documentario di Hetty Nietsch, ”Valentijn“, realizzato in Olanda nel 2007 e sottotitolato in italiano da IREOS. Il regista ha seguito la protagonista, Valentijn, per 9 anni, per seguire il percorso di transizione da maschio a femmina dai suoi 6 anni fino ai suoi 15 anni. Valentijn è stata sottoposta al trattamento con ormoni per il blocco della pubertà, e nel documentario possiamo osservare le difficoltà che la bambina incontra nei vari contesti, nonostante una famiglia aperta e presente, cosi come le difficoltà dovute al posticipo della pubertà, soprattutto nel confronto con i coetanei sulla sessualità, vissuta in modo molto diverso: rimanere “bambina” in un contesto dove gli altri crescono, scoprono la sessualità, fanno le prime esperienze, sembra piuttosto complicato per Valentijn. Dal punto di vista della transizione fisica possiamo invece osservare risultati positivi evidenti (oggi Valentijn è una fotomodella con un aspetto totalmente femminile).


Il convegno di Firenze ha tematizzato in Italia questa importante tematica, aprendo uno spazio di pensiero, di confronto e dibattito nazionale e internazionale. Avere una risposta su quale intervento sia più appropriato con i bambini con Disforia di genere non è semplice, e credo non si avrà una risposta ancora a lungo.

Le argomentazioni a favore e contrarie sono entrambe piuttosto fondate, ed è davvero difficile decidere cosa è meglio per un bambino o una bambina.

Personalmente credo che sia fondamentale contestualizzare ogni singola situazione, farlo in un team interdisciplinare, non sottovalutando mai l’importanza di una terapia familiare, dove poter informare, stimolare riflessioni e consapevolezza nell’intero nucleo familiare. Fondamentale mi sembra anche necessario informare e formare le scuole, i pediatri, lavorare sul territorio per promuovere un’integrazione il più globale possibile. Insomma, sono tanti gli aspetti da tenere in considerazione.
Una cosa però mi ha colpita nel documentario di Valentijne. Verso i 14 anni intorno a lei tutti gli chiedono di scegliere cosa fare: prendere gli ormoni femminili o “ritornare” maschio, interrompendo il blocco della pubertà? Valentijne è profondamente confusa, ripete continuamente “non lo so..e se poi commetto un errore?”.
Questa sua incertezza, dovuta al non essersi vissuta e sperimentata mai come “corpo maschile”, mi ha fatta riflettere

Mi è sembrato molto forte, troppo forte, chiedere a una bambina di fare una scelta cosi definitiva e importante, anche con intorno un intero team di psicologi e medici.
Questi interventi hanno dei vantaggi innegabili, ma rientrano completamente in una cultura dicotomica dei generi, dove sembra possano esistere solo il maschile e il femminile.

Sono interventi che portano ad essere maschio o femmina nel modo più canonico, riconosciuto culturalmente. E’ su questo che mi vorrei soffermare, è su questo che mi interrogo: l’avanguardia e l’innovatività di questa pratica medica si inseriscono perfettamente in un sistema dicotomico, che chiede a tutti noi di essere maschi o femmine “perfetti”.

Sembra che accettare uno stato “tra i generi” sia faticoso da un punto di vista simbolico e sociale,
oltre che individuale.

La sofferenza legata alla disforia di genere è profonda, non mi permetto di sottovalutarla, ma lo sviluppo del corpo, della sessualità fa parte della crescita di ognuno/a di noi.

Cosa significa privarcene?

Cosa significa per lo sviluppo dell’identità di una persona non sperimentare tutti i cambiamenti legati alla pubertà, gli sconvolgimenti del corpo, gli sconvolgimenti ormonali?

Cosa significa non sperimentare ANCHE il lato corporeo del genere opposto a quello che si sente?

Forse queste domande perdono davvero di senso di fronte al disagio legato al corpo provato dalle persone transessuali, e il benessere psicologico è l’unico obiettivo che bisogna porsi quando abbiamo a che fare con le persone. Mi permetto però di porle a voi, soprattutto a chi ha vissuto o sta vivendo il percorso di transizione, perchè ritengo importante avviare un confronto basato sul piano individuale, ma anche sul piano sociale, più ampio, dove noi tutti/e cresciamo, impariamo a pensare, ci costruiamo e ci muoviamo.

Quindi vi chiedo: Qual è il vostro parere in merito alla possibilità di bloccare la pubertà nei bambini trangender?