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mercoledì 6 febbraio 2013

Trans e sacerdote con sette figli


La Welt racconta la storia di Elke Spoerkel, reverendo transessuale, genitore sette figli e accettata dalla comunità. 

IL CASO - Hans Gerd ha sempre saputo di avere l’anima nel corpo sbagliato e nel corso degli anni ha deciso di riappropriarsi della sua vera natura. Oggi è una donna sacerdote e ha sette figli. Elke è il nome che ha scelto con coraggio nonostante la paura di essere respinta dalla comunità perché la sua professione la porta ad avere contatto continuo con la comunità ma la sua è una storia felice con un bel finale e la racconta la Welt. 

CORAGGIO - Temeva i fischi ma gli applausi sono stati molto più forti per questa donna sacerdote che ha sfidato i pregiudizi per essere finalmente se stessa. Dice di essere “padre” e “madre” dei suoi sette figli e che i bambini hanno accettato la situazione. Certo, farsi accettare non è stato così semplice come sembra infatti racconta: “Mi fa male quando si lavora per decenni e si costruisce un rapporto di fiducia con le persone ma poi queste smettono di salutarti se ti incontrano per strada” dice Elke lasciando cadere lo sguardo nel vuoto. Come ha vissuto questo cambiamento? “Io sono sempre la stessa persona, sono cambiata solo fuori”. 

METAMORFOSI - Finalmente può vestirsi da donna, indossare sciarpe, tacchi, orecchini gesti semplici che prima non poteva permettersi ma che ha sempre avuto il desiderio di fare. Elke ha faticato non poco per riuscire ad essere la donna che è oggi, per anni ha dovuto nascondere la sua identità: “Prima il matrimonio, poi i bambini, la professione – ma poi prosegue Elke – a cinquant’anni è arrivata la svolta dovuta a una crisi di mezza età. Due terzi della mia vita erano andati e non volevo più avere a che fare con le bugie. Ho sognato la mia tomba con su scritto il mio nome da uomo e ho pensato avrei voluto una vita diversa”. Elke parla della sua esperienza come di “un dono”. La comunità come ha reagito? “I fedeli mi aiutano ad accettare e a tollerare ma non devono essere necessariamente fieri di me però possiamo crescere insieme”.