ciao

domenica 27 gennaio 2013

Dove stiamo con i diritti – by Egon


Mi chiamo Egon e sono un uomo transessuale.

Ci terrei a dire subito che il fenomeno transessuale, la realtà di queste persone, non è nato nel 1949 con la parola stessa “transessuale”, ma è antica quanto la nostra specie. In ogni epoca, in ogni cultura, apparvero queste persone con una identità di genere particolare. In alcune di queste, il/la transessuale godeva di un certo status, e comunque era parte del tessuto sociale, dove rivestiva un ruolo e delle funzioni. Nella nostra cultura occidentale purtroppo non è stato così, e qui in Italia si può ben dire che fino al 1982, anno dell’entrata in vigore della legge che permette il cambiamento di sesso, la persona transessuale non aveva nessun diritto ed anzi era perseguitata. D’altra parte questa è una esperienza acquisita: là dove non c’è riconoscimento giuridico, non esistono neanche i diritti civili. Ed è bene sottolineare che si parla degli anni ,80, non di un tempo che fu, ormai immerso nel buio della storia, e questo è anche il motivo per cui ancora oggi i transessuali soffrono per un deficit di diritti e di considerazione.

Agli inizi degli anni ’60, quando le prime donne trans ebbero il coraggio di venire allo scoperto (del perché furono le donne a capeggiare il movimento di rivendicazione può essere motivo di ampia riflessione), quello che le attendeva era una lotta quotidiana, contro le retate della polizia, contro la multa per “mascheramento”, contro il famigerato articolo uno, che le dichiarava socialmente pericolose e quindi le privava del diritto di votare, di avere la patente e le spediva al confino. La vita di queste donne era quasi sempre caratterizzata dalla strada, l’unica possibilità che gli veniva concessa per vivere e per pagarsi le operazioni di adeguamento estetico al femminile, che venivano fatte spesso in Marocco o in Inghilterra. La discesa in strada delle trans fu però trionfale, quegli esseri che venivano schifati alla luce del sole, venivano ricercati ossessivamente di notte, trattate come dive, divennero dei veri e propri personaggi della vita notturna.

La prostituzione subì un cambiamento, la figura della prostituta non si limitava più alla povera donna perduta alla mercé del maschio.

A poco a poco il vuoto giuridico si fece evidente, queste donne che tornavano dall'estero con delle sembianze ed un sesso perfettamente allineabile a quello femminile, andavano poi in giro in Italia con dei documenti al maschile. Alle donne trans la situazione divenne intollerabile, ed un gruppo di coraggiose cominciò a battersi per ottenere una legge che riconoscesse i loro documenti consoni al loro aspetto, inscenando anche performance forti e di grande impatto, tipo la protesta alla piscina milanese dove sfilarono in topless, essendo all'anagrafe uomini, mostrando quindi, in un’Italia bigotta, i seni nudi. Ci furono incatenamenti a Montecitorio, e fondamentale fu l’accordo con il partito radicale, che portò alla fine al promulgamento della tanta agognata legge 164 nel 1982.

Fu una delle prime leggi europee sull’argomento, e forse proprio perché ormai ha 30 anni, e perché nacque per regolarizzare la posizione di queste neo-donne, e quindi fu in sostanza una sanatoria, avrebbe bisogno di essere riveduta, quanto meno nelle sue applicazioni. In effetti la legge non dice molto, sono pochi articoli e vaghi, per cui potrebbe essere anche una buona legge, ma il modo in cui è stata interpretata fino ad oggi, l’ha cristallizzata in una serie di pratiche in cui i/le transessuali non si riconoscono più.

Nelle interpretazioni che ne danno i giudici, per ottenere il cambio dei documenti devi sottoporti a tutte le operazioni chirurgiche, fino alla sterilizzazione. Questo pone due ordini di problemi: primo, non tutt* i/le transessuali sentono l’esigenza di accedere alle operazioni e modificare il proprio corpo fino a d un determinato punto. Essendo una legge che dovrebbe tutelare il diritto alla salute ed alla felicità delle persone, bisognerebbe anche interrogare quelle persone su dove si collochi il loro equilibrio, che è il fine del percorso. La legge invece sembra solo preoccuparsi di far rientrate i corpi nelle tranquillizzanti categorie di uomo o donna. Secondo, i documenti non vengono cambiati fino all'intervento finale di riassegnazione sessuale, ma il corpo de* transessual* cambia già con il primo step del percorso, la cura ormonale. Quindi questa legge costringe delle persone ad andare in giro con documenti contrari al loro aspetto, esponendol* a innumerevoli problemi, che vanno dalla violazione della privacy, alla negazione del lavoro, alla esposizione alle aggressioni transfobiche. Sarebbe il momento che i tribunali ascoltassero le esigenze di questa generazione di transessuali e guardassero alle leggi in vigore in altri paesi, che forse proprio perché più fresche e giovani, si adattano alle esigenze di oggi per vivere in serenità la condizione transessuale.

Un altro problema che la legge pone è lo scioglimento automatico del matrimonio al momento del cambio anagrafico del nome. Non potendo, per il nostro stato, due persone dello stesso sesso essere sposati, si assiste alla triste pratica di vedere divorziate d’ufficio le poche coppie che resistono a questa vicenda ancora tanto problematica in Italia. È molto triste per me, che ho visto sgretolarsi il mio matrimonio perché trans, assistere alle accorate battaglie delle coppie che invece si amano al di là del genere, e che vengono separate con la forza.
Forse, al di là della legge, quello che manca in Italia, è quello che si diceva all’inizio, un riconoscimento dell’esistenza delle persone transessuali, non come un fenomeno da baraccone e della notte, possibile solo grazie a chirurghi senza scrupoli e faccendieri, ma come una condizione possibile dell’essere umano. I/Le transessuali sono ancora ghettizzat* e stigmatizzat* e vivono nella paura di perdere tutto.

Almeno questa è in parte la mia esperienza.

Quando si è trattato di recarmi dal giudice per la separazione, la paura di trovarmi davanti ad un “bacchettone”, che storcesse il naso di fronte ad un genitore trans (cosa che molti avvocati mi dicevano) e che potesse far intervenire i servizi sociali con quanto ne consegue, mi ha predisposto a essere poco combattivo nei confronti dei soprusi dell’ex partner, teso soltanto al fatto che la procedura finisse senza intoppi e che io potessi avere i figli affidati in un affidamento congiunto.

Un’altra triste esperienza attraverso cui sono dovuto passare, quasi un pedaggio per quelli che ancora considerano il transessualismo una scelta, è la perdita del lavoro per motivi transfobici. L’organizzazione in cui lavoravo, mi ha creato una situazione di mobbing pesantissimo, fino ad impedirmi di proseguire nella mia attività, che io stesso avevo fatto nascere e fatto crescere al livello attuale. Ed il tema del lavoro è particolarmente sensibile per la comunità transessuale. I/Le transesual* hanno sempre avuto problemi di un’occupazione che andasse la di là della prostituzione (ma anche questo è un cliché che va sfatato, perché. al di là della considerazione morale che ognuno può dare su questo lavoro, “solo” il 30% de* transessual* si prostituisce. Quindi c’è un 70% di ragazze e ragazzi, uomini e donne che cercano un’altra occupazione), ed in un momento di crisi come questo, siamo chiaramente tra le categorie più deboli, quell* che, a detta anche delle ricerche in merito, non troveranno mai lavoro.

E per chi non ricerca modi alternativi di vivere, quale prospettiva di esistenza dignitosa senza un lavoro?

Io ho transizionato tardi, perché fin dalla adolescenza ero spaventato dall'immagine che la persona transessuale morisse sola ed abbandonata, in mezzo all'indigenza  Per alcune cose mi sbagliavo, ma per altre temo, che nella situazione attuale, potrei avere avuto ragione.

by Egon


Vi abbraccio
Marco Michele Caserta