ciao

lunedì 28 gennaio 2013

Sadie, 11 anni: "Amare noi trans non è poi difficile!"

Sadie, una bambina transgender statunitense di 11 anni, ha sentito il proprio presidente Barack Obama, nel suo discorso di insediamento, invocare pari diritti per gay e lesbiche, senza mai tuttavia citare le persone transgender. La piccola, allora, ha preso carta e penna e ha scritto al blog TransGriot. Pubblichiamo una traduzione della sua lettera proprio oggi, perché la memoria del passato sia sempre anche vigilanza sul presente e speranza per il futuro.

Il mondo sarebbe un posto migliore se tutte le persone avessero il diritto di essere se stesse, comprendendo chi ha un'identità e un'espressione di genere creative. Alle persone transgender non è concessa la libertà di fare le cose che fanno tutte le altre persone, come andare dal dottore, andare a scuola, trovare un lavoro, e anche farci nuovi amici.

Ai bambini e alle bambine transgender come me non è permesso di andare nella maggior parte delle scuole perché gli insegnanti pensano che siamo diversi da tutti gli altri. Le scuole hanno paura di quello che dovranno dire ai genitori degli altri bambini, e nascondono le bambine e i bambini transgender oppure gli dicono di non andarci mai più. Ai bambini dicono che non devono essere amici dei bambini transgender, e questa cosa ci fa sentire molto soli e tristi.

Quando cresceranno, per gli adulti transgender sarà difficile trovare un lavoro perché il capo penserà che i clienti scapperanno via per lo spavento. I dottori avranno paura a trattare i pazienti transgender, perché non sapranno come prendersi cura di loro, e alcuni dottori non ne vorranno sapere di aiutarli. I pazienti transgender come me viaggiano da uno stato all'altro per poter vedere un buon dottore.

Il mondo sarebbe migliore se tutti sapessero che le persone transgender hanno le stesse speranze e gli stessi sogni di tutte le altre persone. Ci piace farci degli amici e vogliamo andare a scuola. Le persone transgender vogliono trovare un buon lavoro e andare dai dottori, visto che siamo proprio uguali. Non è davvero così difficile amare le persone transgender perché noi siamo come tutte le altre persone.

di Sadie
Traduzione di Pier
Vi abbraccio
Marco Michele Caserta

domenica 27 gennaio 2013

Dove stiamo con i diritti – by Egon


Mi chiamo Egon e sono un uomo transessuale.

Ci terrei a dire subito che il fenomeno transessuale, la realtà di queste persone, non è nato nel 1949 con la parola stessa “transessuale”, ma è antica quanto la nostra specie. In ogni epoca, in ogni cultura, apparvero queste persone con una identità di genere particolare. In alcune di queste, il/la transessuale godeva di un certo status, e comunque era parte del tessuto sociale, dove rivestiva un ruolo e delle funzioni. Nella nostra cultura occidentale purtroppo non è stato così, e qui in Italia si può ben dire che fino al 1982, anno dell’entrata in vigore della legge che permette il cambiamento di sesso, la persona transessuale non aveva nessun diritto ed anzi era perseguitata. D’altra parte questa è una esperienza acquisita: là dove non c’è riconoscimento giuridico, non esistono neanche i diritti civili. Ed è bene sottolineare che si parla degli anni ,80, non di un tempo che fu, ormai immerso nel buio della storia, e questo è anche il motivo per cui ancora oggi i transessuali soffrono per un deficit di diritti e di considerazione.

Agli inizi degli anni ’60, quando le prime donne trans ebbero il coraggio di venire allo scoperto (del perché furono le donne a capeggiare il movimento di rivendicazione può essere motivo di ampia riflessione), quello che le attendeva era una lotta quotidiana, contro le retate della polizia, contro la multa per “mascheramento”, contro il famigerato articolo uno, che le dichiarava socialmente pericolose e quindi le privava del diritto di votare, di avere la patente e le spediva al confino. La vita di queste donne era quasi sempre caratterizzata dalla strada, l’unica possibilità che gli veniva concessa per vivere e per pagarsi le operazioni di adeguamento estetico al femminile, che venivano fatte spesso in Marocco o in Inghilterra. La discesa in strada delle trans fu però trionfale, quegli esseri che venivano schifati alla luce del sole, venivano ricercati ossessivamente di notte, trattate come dive, divennero dei veri e propri personaggi della vita notturna.

La prostituzione subì un cambiamento, la figura della prostituta non si limitava più alla povera donna perduta alla mercé del maschio.

A poco a poco il vuoto giuridico si fece evidente, queste donne che tornavano dall'estero con delle sembianze ed un sesso perfettamente allineabile a quello femminile, andavano poi in giro in Italia con dei documenti al maschile. Alle donne trans la situazione divenne intollerabile, ed un gruppo di coraggiose cominciò a battersi per ottenere una legge che riconoscesse i loro documenti consoni al loro aspetto, inscenando anche performance forti e di grande impatto, tipo la protesta alla piscina milanese dove sfilarono in topless, essendo all'anagrafe uomini, mostrando quindi, in un’Italia bigotta, i seni nudi. Ci furono incatenamenti a Montecitorio, e fondamentale fu l’accordo con il partito radicale, che portò alla fine al promulgamento della tanta agognata legge 164 nel 1982.

Fu una delle prime leggi europee sull’argomento, e forse proprio perché ormai ha 30 anni, e perché nacque per regolarizzare la posizione di queste neo-donne, e quindi fu in sostanza una sanatoria, avrebbe bisogno di essere riveduta, quanto meno nelle sue applicazioni. In effetti la legge non dice molto, sono pochi articoli e vaghi, per cui potrebbe essere anche una buona legge, ma il modo in cui è stata interpretata fino ad oggi, l’ha cristallizzata in una serie di pratiche in cui i/le transessuali non si riconoscono più.

Nelle interpretazioni che ne danno i giudici, per ottenere il cambio dei documenti devi sottoporti a tutte le operazioni chirurgiche, fino alla sterilizzazione. Questo pone due ordini di problemi: primo, non tutt* i/le transessuali sentono l’esigenza di accedere alle operazioni e modificare il proprio corpo fino a d un determinato punto. Essendo una legge che dovrebbe tutelare il diritto alla salute ed alla felicità delle persone, bisognerebbe anche interrogare quelle persone su dove si collochi il loro equilibrio, che è il fine del percorso. La legge invece sembra solo preoccuparsi di far rientrate i corpi nelle tranquillizzanti categorie di uomo o donna. Secondo, i documenti non vengono cambiati fino all'intervento finale di riassegnazione sessuale, ma il corpo de* transessual* cambia già con il primo step del percorso, la cura ormonale. Quindi questa legge costringe delle persone ad andare in giro con documenti contrari al loro aspetto, esponendol* a innumerevoli problemi, che vanno dalla violazione della privacy, alla negazione del lavoro, alla esposizione alle aggressioni transfobiche. Sarebbe il momento che i tribunali ascoltassero le esigenze di questa generazione di transessuali e guardassero alle leggi in vigore in altri paesi, che forse proprio perché più fresche e giovani, si adattano alle esigenze di oggi per vivere in serenità la condizione transessuale.

Un altro problema che la legge pone è lo scioglimento automatico del matrimonio al momento del cambio anagrafico del nome. Non potendo, per il nostro stato, due persone dello stesso sesso essere sposati, si assiste alla triste pratica di vedere divorziate d’ufficio le poche coppie che resistono a questa vicenda ancora tanto problematica in Italia. È molto triste per me, che ho visto sgretolarsi il mio matrimonio perché trans, assistere alle accorate battaglie delle coppie che invece si amano al di là del genere, e che vengono separate con la forza.
Forse, al di là della legge, quello che manca in Italia, è quello che si diceva all’inizio, un riconoscimento dell’esistenza delle persone transessuali, non come un fenomeno da baraccone e della notte, possibile solo grazie a chirurghi senza scrupoli e faccendieri, ma come una condizione possibile dell’essere umano. I/Le transessuali sono ancora ghettizzat* e stigmatizzat* e vivono nella paura di perdere tutto.

Almeno questa è in parte la mia esperienza.

Quando si è trattato di recarmi dal giudice per la separazione, la paura di trovarmi davanti ad un “bacchettone”, che storcesse il naso di fronte ad un genitore trans (cosa che molti avvocati mi dicevano) e che potesse far intervenire i servizi sociali con quanto ne consegue, mi ha predisposto a essere poco combattivo nei confronti dei soprusi dell’ex partner, teso soltanto al fatto che la procedura finisse senza intoppi e che io potessi avere i figli affidati in un affidamento congiunto.

Un’altra triste esperienza attraverso cui sono dovuto passare, quasi un pedaggio per quelli che ancora considerano il transessualismo una scelta, è la perdita del lavoro per motivi transfobici. L’organizzazione in cui lavoravo, mi ha creato una situazione di mobbing pesantissimo, fino ad impedirmi di proseguire nella mia attività, che io stesso avevo fatto nascere e fatto crescere al livello attuale. Ed il tema del lavoro è particolarmente sensibile per la comunità transessuale. I/Le transesual* hanno sempre avuto problemi di un’occupazione che andasse la di là della prostituzione (ma anche questo è un cliché che va sfatato, perché. al di là della considerazione morale che ognuno può dare su questo lavoro, “solo” il 30% de* transessual* si prostituisce. Quindi c’è un 70% di ragazze e ragazzi, uomini e donne che cercano un’altra occupazione), ed in un momento di crisi come questo, siamo chiaramente tra le categorie più deboli, quell* che, a detta anche delle ricerche in merito, non troveranno mai lavoro.

E per chi non ricerca modi alternativi di vivere, quale prospettiva di esistenza dignitosa senza un lavoro?

Io ho transizionato tardi, perché fin dalla adolescenza ero spaventato dall'immagine che la persona transessuale morisse sola ed abbandonata, in mezzo all'indigenza  Per alcune cose mi sbagliavo, ma per altre temo, che nella situazione attuale, potrei avere avuto ragione.

by Egon


Vi abbraccio
Marco Michele Caserta

OLOCAUSTO/OMOCAUSTO: "27 Gennaio - Giornata della Memoria". Lentamente muore.

Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marcia, chi non rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce. 
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi e' infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.
Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.

Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicita'.
(M. Medeiros - A Morte Devagar, 2000)


Quell'essere immondo di Hitler, quel pazzo pieno di odio, era già morto dentro e purtroppo con sé e la sua pazzia si è portato via anche tanta vita, tanti sogni...tanti esseri umani!
Non dimentichiamoli, perchè dimenticarli sarebbe un pò come morire con loro; il ricordo, invece, può riportare in superficie quelle voci, quei sogni, quelle vite spezzate da un regime portatore di odio e di disuguaglianza. Noi possiamo diventare un tramite, il loro tramite: semplicemente perchè ancora vivi. Solo per questo, per questo "semplicissimo" motivo, non dovremmo dimenticarli MAI!

E non dimentichiamo anche l'omocausto:
http://www.arcigay.it/memoria/Divulgazione/OmocaustoITA/Omocausto2006-2009.pdf

sabato 19 gennaio 2013

Eventi: "Milano - Giorno della Memoria e Omocausto"


Il C.I.G. Comitato Provinciale Arcigay Milano, Sportello Trans di ALA Milano Onlus e il Comitato Solidale Antirazzista LGBT di Milano “Alziamo la testa” propongono Martedì 29 ennaio alle 20.30 presso il negozio civico ChiAmaMilano, in Largo Corsia dei Servi 11, la visione del film-documentario “Il colore del silenzio” (Italia, 2005, 55’) del filmmaker indipendente Raffaele Piscitelli che rievoca i punti salienti delle persecuzioni naziste nei confronti di omosessuali e transessuali, e testimonianze tratte da "Il mio nome è Lucy" si Gabriella Romano (Roma, Donzelli Editore, 2009)

Aderisce all’iniziativa anche il Circolo di Cultura Omosessuale Harvey Milk di Milano. 

Completano il ricordo dell’Omocausto alcune testimonianze tratte da “Il mio nome è Lucy”, pubblicato dall’Editore Donzelli di Roma nel 2009, della documentarista Gabriella Romano, sulla vita di una transessuale italiana, Lucy-Luciano appunto, tradotta nel campo di concentramento di Dachau sul finire del 1944 sulla scorta di reati politici. 

L’iniziativa ha ricevuto il patrocinio dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR), istituito nel 2003 presso il Ministero per le Pari Opportunità. Alla serata parteciperanno un rappresentante del Direttore generale dell’UNAR, il regista Raffaele Piscitelli e gli attori Conte Galé, che interpreta il ruolo di Hitler, e Irina Dobnik nella parte di Henny Schermann, giovane tedesca lesbica ma di origini ebraiche arrestata nel 1940 e uccisa nelle camere a gas nel 1942.

Antonia Monopoli
Marco Mori
Antonello Lenza

Eventi: "Open Day - Master in Counselling nelle Relazioni di Intimità e Identità di Genere..."


OPEN DAY – 27 Gennaio 2013 

Polo Didattico - Piazza Oderico da Pordenone n. 3, 00145 Roma

Saranno presenti la dr.ssa Claudia Montanari, Presidente dell’U.P.ASPIC, e i Coordinatori Didattici dei Master. 


PROGRAMMA DELLA GIORNATA

9.30 Standard formativi e monte ore della formazione in Counselling
Sviluppi legislativi sul DL 3270 (in materia di professioni non organizzate in Ordini e Collegi)

10.30 Presentazione del Corso di MicroCounseling

12.00 Presentazione del Master in Counselling nelle Relazioni di Intimità e Identità di Genere

13.30 Pausa pranzo

14.30 Presentazione del Master in Gestione della Crisi e Counselling in Emergenza 

16.00 Presentazione del Master in Counselling Aziendale 

17.00 Promozione e visibilità professionale 

18.00 Chiusura dei lavori 

È possibile usufruire, nel corso dell’evento, di un Colloquio informativo e di orientamento  individuale con un Referente della Scuola Superiore Europea di Counselling o dell’Università del Counselling U.P.ASPIC previo appuntamento fissato al momento dell’iscrizione. 


INFO E CONTATTI 

La partecipazione è gratuita, previo invio della Scheda di Iscrizione. 

Le prenotazioni saranno accettate in ordine di arrivo e comunque non oltre il 21 gennaio 2013. 

Tel 06.54225060 - info@unicounselling.org


PER APPROFONDIMENTI

Vi abbraccio
Marco Michele Caserta

giovedì 17 gennaio 2013

Chi protegge il bambino queer?

Oggi pubblico un articolo apparso in Francia dopo il Family Day d’oltralpe, scatenato dai soliti noti per intimidire il governo di Hollande nel suo progetto di rendere il matrimonio una legge per tutte e per tutti. Credo che vi siano interessantissimi spunti applicabili anche alla situazione italiana.

Buona lettura.

***

Chi protegge il bambino queer?
di Beatriz Preciado, filosofa, direttrice del programma di studi indipendenti del Museo di Arte contemporanea di Barcellona (Macba).
Pubblicato su Libération, 14 Gennaio 2013
Traduzione di Sara Garbagnoli, dottoranda in Sociologia alla Sorbona di Parigi.

«Gli integralisti cattolici, ebrei o musulmani, i sostenitori di Jean-François Copé senza più vergogna di esserlo, gli psicanalisti edipici, i socialisti naturalisti alla Jospin, i sinistrorsi eteronormativi e la truppa sempre più ingrossata di coloro che sono alla-moda retrogradi si sono trovati d’accordo domenica scorsa per fare del “diritto del bambino ad avere un padre ed una madre” l’argomento cardine per giustificare la limitazione dei diritti delle persone omosessuali. È stato il loro giorno di uscita, un gigantesoouting nazionale degli eterocrati nazionali. Tutti costoro difendono un’ideologia naturalista e religiosa di cui conosciamo bene i fondamenti. La loro egemonia eterosessuale si è sempre retta sul diritto di opprimere le minoranze di sessualità e di genere. Siamo abituati a vederli brandire un’ascia. Il problema sta nel fatto che stavolta forzano i bambini a portare questa loro ascia patriarcale.

Il bambino che Frigide Barjot, madrina e portaparola della manifestazione omofoba del 13 Gennaio, pretende di proteggere non esiste. I difensori dell’infanzia e della famiglia si richiamano alla figura politica di un bambino che loro stessi costruiscono, un bambino presupposto eterosessuale e dal genere conforme alla norma. Un bambino privato di qualunque forza di resistenza, di qualunque possibilità di fare un uso libero e collettivo del proprio corpo, dei suoi organi, dei suoi fluidi sessuali. Questa infanzia che pretendono proteggere richiama, piuttosto, terrore, oppressione e morte.

Frigide Barjot approfitta del fatto che per un bambino sia impossibile ribellarsi politicamente al discorso degli adulti: il bambino è un corpo al quale non viene riconosciuto il diritto di gestirsi, disciplinarsi.

Permettetemi di inventare, retrospettivamente, una scena enunciativa, di rendere possibile un diritto di risposta, in nome del bambino eterodisciplinato che sono stata, di difendere una diversa forma di gestione, di comprensione dei bambini che non sono come gli altri.

Sono stata il bambino che Frigide Barjot si vanta di proteggere. Oggi mi insorgo a nome dei bambini che questi discorsi fallaci intendono proteggere. Chi difende i diritti del bambino che è differente? I diritti del bambino che ama indossare il colore rosa? Della bambina che sogna di sposarsi con la sua migliore amica? I diritti del* bambin* queer, gay, lesbica, transessuale, transgenere? Chi difende i diritti del bambino di cambiare genere se lo desidera? I diritti del bambino alla libera autodeterminazione del genere e della sessualità? Chi difende i diritti del bambino a crescere in un mondo senza violenza sessuale, senza violenza di genere?

L’onnipresente discorso di Frigide Barjot e dei protettori dei «dritti del bambino ad avere un padre ed una madre» mi fanno pensare al modo di esprimersi del nazional-cattolicesimo della mia infanzia. Sono nat* nella Spagna franchista dove sono cresciut* in una famiglia eterosessuale, cattolica di destra. Una famiglia esemplare, che i destrorsi di oggi potrebbero erigere ad emblema della virtù morale. Ho avuto un padre ed ho avuto una madre. Hanno scrupolosamente adempiuto alla loro funzione di garanti domestici dell’ordine eterosessuale.

Nei discorsi che si sentono oggi in Francia contro il matrimonio e la procreazione medicalmente assistita per tutt* riconosco le idee e gli argomenti di mio padre. Nell’intimità del nucleo familiare, mio padre esprimeva un sillogismo che invocava la natura e la legge morale per giustificare l’esclusione, la violenza e addirittura la messa a morte di omosessuali, travestiti, transessuali. Cominciava così: «un uomo deve essere un uomo e una donna deve essere una donna, come Dio ha voluto », continuava con «ciò che è naturale è l’unione di un uomo e di una donna, per questo gli omosessuali sono sterili » fino all’implacabile chiusa: «se mio figlio o mia figlia fossero omosessuali, preferirei ucciderli ». La figlia ero io.

Il-bambino-da-proteggere di Frigide Barjot è il prodotto di un dispositivo pedagogico che fa paura, il sito dove proteggere le proprie proiezioni fantasmagoriche, l’alibi che permette all’adulto di naturalizzare la norma. Quella che Foucault chiamava «biopolitica» è vivipara e pedofila. La riproduzione della nazione ne dipende. Il bambino è un artefatto biopolitico che garantisce la normalizzazione dell’adulto. La polizia del genere sorveglia la culla dei nascituri per trasformarli in bambini eterosessuali. La norma fa le ronde attorno ai corpi più giovani. Se non sei eterosessuale, ti aspetta la morte. La polizia del genere esige qualità differenti dal bambino e dalla bambina. Lavora i corpi fino a far pensare gli organi sessuali come meramente complementari. Prepara la riproduzione dell’eterosessualità, dalla scuola al Parlamento, la industrializza. Il bambino che Frigide Barjot vuole proteggere è la creatura prodotta da una macchina despotica: un destrorso in miniatura che fa campagna per la morte in nome della protezione della vita.

Mi ricordo del giorno in cui a scuola dalle suore, erano le Suore Servitrici Riparatrici del Sacro Cuore di Gesù, Madre Pilar ci ha chiesto di disegnare la nostra futura famiglia. Avevo 7 anni. Mi sono disegnata sposata con la mia migliore amica Marta, tre bambini e molti cani e gatti. Già immaginavo un’utopia sessuale nella quale esistesse il matrimonio per tutti, l’adozione, la procreazione medicalmente assistita … Pochi giorni dopo la scuola ha spedito una lettera a casa mia, consigliando ai miei genitori di portarmi da uno psichiatra per poter risolvere al più presto un problema di identificazione sessuale. Numerose rappresaglie hanno seguito questo fatto. Il disprezzo e il rifiuto di mio padre, la vergogna e il senso di colpa di mia madre. A scuola si diffuse la voce che ero lesbica. Cortei di destrorsi alla Copé e di frigidobargiottiani si tenevano quotidianamente davanti alla mia classe. «Sporca lesbica, dicevano, ti violenteremo così impari a scopare come Dio vuole.» Avevo un padre ed una madre, ma sono stati incapaci di proteggermi dalla repressione, dall’esclusione, dalla violenza.

Ciò che mio padre e mia madre proteggevano non erano i miei diritti di bambino, ma le norme sessuali e di genere che erano state inculcate loro nel dolore, attraverso un sistema educativo e sociale che puniva qualunque forma di dissidenza attraverso la minaccia, l’intimidazione, il castigo e la morte. Avevo un padre ed una madre, ma nessuno dei due ha potuto proteggere il mio diritto alla libera autodeterminazione di genere e di sessualità.

Ho fuggito questo padre e questa madre che Frigide Barjot esige che io abbia, ne dipendeva la mia sopravvivenza. Così, benché io abbia avuto un padre ed una madre, l’ideologia della differenza sessuale e dell’eterosessualità normativa me li hanno confiscati. Mio padre fu ridotto al ruolo di rappresentante repressivo della legge del genere. Mia madre fu destituita da tutto ciò che avrebbe potuto rappresentare al di là della sua funzione di utero, di riproduttrice della norma sessuale. L’ideologia che sostiene ora Frigide Barjot (e che allora si articolava con il franchismo nazionalcattolico) ha spogliato il bambino che ero dal diritto di avere un padre e una madre che avrebbero potuto amarmi e occuparsi amorevolmente di me.

È stato necessario molto tempo, sono state necessarie molte lotte e molte battaglie per andare oltre una tale violenza. Quando il governo socialista di Zapatero nel 2005 propose la legge che riconosceva il matrimonio omosessuale in Spagna, i miei genitori, sempre cattolici praticanti di destra, hanno manifestato in favore di questa legge. Hanno votato socialista per la prima volta nella loro vita. Non hanno manifestato solo per difendere i miei diritti, ma anche per rivendicare il loro diritto di essere padre e madre di un bambino non-eterosessuale. Per il diritto ad essere genitori di tutti i bambini, indipendentemente dal loro genere, dal loro sesso, dal loro orientamento sessuale. Mia madre mi ha raccontato che aveva dovuto convincere mio padre, più reticente. Mi ha detto «anche noi abbiamo il diritto di essere i tuoi genitori ».

I manifestanti del 13 Gennaio non hanno difeso il diritto dei bambini. Difendono il potere di educare i bambini secondo la norma sessuale e di genere, di educarli come presunti eterosessuali. Costoro sfilano nelle strade per mantenere il diritto di discriminare, di punire, di correggere qualunque forma di dissidenza o di deviazione, ma anche per ricordare ai genitori di bambini non-eterosessuali che il loro dovere è quello di vergognarsene, di rifiutarli, di correggerli. Noi difendiamo invece il diritto dei bambini a non essere educati come forza-lavoro e forza-riproduzione dell’ordine sessuale eteronormativo. Noi difendiamo il diritto dei bambini di non essere considerati come futuri produttori di sperma, come futuri uteri. Noi difendiamo il diritto dei bambini ad essere delle soggettività politiche irriducibili ad una identità di genere, di sesso, di razza.»

Bersani: ''Sì alle unioni civili per i gay, non alle adozioni''


Il Pd punterà su una legge che riconosca le unioni tra omosessuali, ma non le adozioni. A dirlo è stato il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, a 'Italia domanda' su Canale5. "Abbiamo approvato dopo lunga discussione una proposta che dice precisamente quello che faremo: una legge che riconosca le unioni civili omosessuali secondo il modello tedesco che non prevede l'adozione da parte delle coppie omosessuali, ma la possibilità di esercizio dalla potestà genitoriale per una persona e il riconoscimento di adozione del figlio di uno dei due membri della coppia. Credo sia una posizione aperta ma abbastanza prudenziale"


Fonte: la Repubblica

Vi abbraccio
Marco Michele Caserta

Monti: “Crisi finanziaria finita”. E sui diritti civili: “Famiglia solo uomo e donna”


Nell'intervista concessa a Sky il Professore risponde a Berlusconi pur ammettendo di averlo votato nel '94, se la prende con i matrimoni gay ed esclude un possibile Governo di larghe intese con Vendola. Poi nega di essere un democristiano e si dichiara "rivoluzionario"

Ammette di aver votato Berlusconi (“Ma solo nel ’94″), annuncia la fine della crisi finanziaria (“Credo di poter dire che sia finita, non però quella produttiva e sociale”) e se la prende con i matrimoni gay (“La famiglia dev’essere costituita da un uomo ed una donna”). E’ questo, in sintesi, il Monti-pensiero, espresso dal Professore a Lo spoglio, la trasmissione condotta da Ilaria D’Amico su Sky. 

Il voto a Berlusconi - ”Il voto è segreto… ma nel ’94 l’ho votato. Solo allora però, perché credevo potesse portare avanti una rivoluzione liberale che poi non c’è stata”. Secondo il Professore, i conflitti d’interesse di Silvio Berlusconi “erano chiari fin dall’inizio”. “Se andrò al governo – promette – interverrò innanzitutto con una grande trasparenza”. E aggiunge: “Occorre una dichiarazione patrimoniale completa, la abbiamo chiesta come impegno a tutti i candidati”. Poi mette in guarda gli elettori: “Gli italiani stiano attenti” a votare, “oggi c’è grande sete nei cittadini di una politica riformatrice che non debba pagare pegno alle eredità storiche di destra e sinistra”. 

La risposta al Cavaliere – Riferendosi a quanto dichiarato da Berlusconi a Radio Anch’io (“O Monti pensa che gli italiani siano matti o c’è in giro un matto che crede di essere Monti…”), il Professore esclude “che gli italiani siano matti”, anzi, secondo lui “sono pieni di buon senso”. E chiude, riferendosi a se stesso, con una stilettata: “Non tocca a me stabilire dirlo, sarei in conflitto di interessi”.

La fine della crisi finanziaria – “Credo di poter dire che la crisi finanziaria sia finita. Non è finita invece la crisi produttiva e sociale, richiede tempo e spalle larghe” per essere affrontata da parte “di molte forze politiche” e “richiede che si riduca la spesa pubblica”.

Il no ai matrimoni gay – Monti ha affrontato anche il tema dei diritti civili, non lasciando spazio alle interpretazioni: “Il mio pensiero è che la famiglia” debba “essere costituita da un uomo ed una donna”, e ritengo necessario che i figli “debbano crescere con una madre e un padre”. Per Monti “i Parlamenti possono trovare” strumenti “per altre forme di convivenze”. Poi precisa: “Nel nostro movimento ci sono idee pluralistiche su questo tema così come nella società e negli altri partiti”.

Professore rivoluzionario - ”In Italia come in Europa ci vuole più mercato ma anche più sociale, questa è la sostanza”. Monti spiega che le sue scelte non sono da “bandierine”. “Non sono un democristiano, la nozione di centro la respingo perché presupporrebbe il concetto di destra e di sinistra”. E alla domanda se si senta un rivoluzionario il Professore risponde con un sì deciso.

I rapporti con Vendola – Interrogato sulla prospettiva di un governo di larghe intese che comprendesse anche Vendola, Monti afferma: “Io credo in una grande risposta degli italiani che hanno voglia di cambiamento. Non avrebbe senso prefigurare alleanze future, per quanto mi riguarda non vorremmo stare in nessun governo nel quale non sia dominante l’impostazione riformista”. E alla successiva domanda, più stringente, risponde sorridendo: “Mi semplifica il compito perché lo ha già dichiarato lui…”.


Macché rivoluzionario e rivoluzionario!!!

Vi abbraccio
Marco Michele Caserta

Studente fa coming out a scuola. L'insegnate: "sono onorata"


Ecco la lettera che uno studente ha scritto all'insegnante per fare coming out. Lei: "Sono onorata di essere testimone di questo peso che ti sei tolto".



"Scrivete una lettera che parli di un peso che vi portate dentro ogni giorno". Era questo il compito assegnato da un'insegnante di scrittura creativa ai suoi studenti e che ha avuto un inaspettato risvolto che sta facendo il giro del web. "Gentile professoressa - si legge nel compito consegnato da uno studente - vorrei parlarle della cosa che porto dentro per me più importante. La porto dalla scuola media e per me è un peso enorme sin da quando l'ho scoperta. La scoperta della mia sessualità: è iniziata circa 6 anni fa ed è stata per me un fardello. Lo è stata fino a che ho iniziato a non dargli tutta questa importanza. E prima gliene davo troppa a causa della paura. Ho paura che le altre persone si accorgano di questo peso. Che si accorgano del peso e pensino male di me. Che abbiano pensieri negatvi. Che mi odino. Ecco perché lo porto. Semplicemente non voglio essere odiato. O peggio, essere messo da parte dalle vite delle persone. Io voglio che non cambi nulla. Ma voglio anche liberarmene. Questo peso mi sta portando a fondo allontanandomi dalle cose importanti ma ancora una volta la paura entra in gioco e mi causa ripensamenti. La paura mi costringe a tenermi dentro questo peso ancora oltre. Per fortuna sono stato capace di scaricarne un po' dichiarandomi con qualcuno. Per alcuni saperlo non ha cambiato nulla. Alcuni mi hanno considerato una persona ancora migliore. Infine, qualcuno ha iniziato a detestarmi. Di questi ultimi non mi preoccupo. Possono pure rimanere nel loro mondo bigotto. Piuttosto ci sono altre persone con cui il peso continua ad esserci. Si tratta della mia famiglia che non so come reagirà. Non so se a loro interesserà qualcosa, se rifiuteranno il mio amore e mi disconosceranno come figlio, fratello o nipote. E non potrò saperlo fino a che non mi dichiarerò. Il giorno in cui potrò finalmente liberarmi di questo peso, liberare il mio mondo, sarà la prima grande vittoria della mia vita. E' il giorno che on vedo l'ora di vedere".

Riconsegnando il compito con le correzioni, l'insegnante ha risposto allo studente: "Sono onorata di essere testimone di questo peso che ti sei tolto. Sei un giovane incredibile, compassionevole e dinamico che darà al mondo qualcosa per quello che sei, offrendo soltanto il tuo amore e il tuo spirito. Se le persone sceglieranno di non essere a loro agio saranno loro a perdere qualcosa".

Fonte: Gay.it



Vi abbraccio
Marco Michele Caserta

Barbara d’Urso, follia di Paola Binetti: “I figli dei gay sono propensi al suicidio”. Quando finirà il terrorismo psicologico?

Nel giorno in cui il mondo accoglie il coming out dell’attrice Jodie Foster – in realtà l’interprete ha semplicemente effettuato un parallelismo tra la serie tv Modern Family e la sua famiglia arcobaleno – in Italia Barbara d’Urso ha dato vita al consueto dibattito sull’omogenitorialità invitando Paola Binetti, onorevole ex Pd ora tra le fila dell’Udc e acerrima nemica della comunità lgbt.

La signora Binetti per tutto il corso del dibattito ha sostenuto la sua contrarietà alleadozioni gay. E fin qui nulla di straordinario, la libertà di espressione è sacrosanta. Ma forse sarebbe il caso di evitare ospiti esaltati che possano infondere nel telespettatore poco attrezzato una sorta di terrorismo psicologico. E Paola Binetti, almeno mediaticamente, è davvero un’esaltata: l’onorevole ha sostenuto le sue tesi sfoggiando i risultati di uno studio Usa secondo il quale i figli dei gay sono più propensi al suicidio.

In realtà non è la prima volta che questa indagine viene citata a Pomeriggio Cinque,ma non è ammissibile che in un programma pomeridiano seguito da svariate tipologie di pubblico vengano lanciati messaggi del genere, se non altro perchè Paola Binetti ha dichiarato gli esiti di uno studio che è stato sconfessato dallo stesso autore, Mark Regnerus.

Mark Regnerus, sociologo dell’Università del Texas, aveva rilevato che i figli delle coppie omosessuali erano più propensi a togliersi la vita rispetto a quelli cresciuti in una coppia eterosessuale, (il 12%), al tradimento, a non trovare lavoro, ad entrare in terapia psicologia. Peccato che a distanza di qualche mese il sociologo si sia trovato a dover dubitare del suo operato, in quanto per la sua indagine aveva scelto delle tipologie di campioni alquanto estreme o borderline.

“Invece di chiedere agli intervistati se erano stati cresciuti da una coppia gay, ha chiesto se il padre o la madre avevano avuto almeno un rapporto omosessuale, a prescindere dalla sua durata e caratteristica. E in caso affermativo li ha definiti «genitori gay»“, ha detto John Corvino, docente di filosofia alla alla Wayne State University di Detroit e autore di Debating Same-Sex Marriage - ovvero Il dibattito sul matrimonio gay - ha notato che erano stati annoverati:

  • Detenuti etero che in carcere hanno fatto sesso con altri uomini per sfogarsi
  • Una coppia gay longeva che negli Usa ha adottato bimbi portatori di handicap.
  • Una 40enne che scopre di essere lesbica quando i figli sono grandicelli.
  • Una prostituta sposata eterosessuale che occasionalmente offre i propri servizi alle donne.
  • Una lesbica che fa un figlio grazie all’inseminazione artificiale e lo cresce con la sua compagna.
  • Uomini sposati con un amante del loro stesso sesso.
Purtroppo a Paola Binetti fa molto comodo tacere la verità, dal momento che è contraria a tutte le iniziative di qualsiasi non eterosessuale, ma le colpe maggiori sono del team Videonews e a Barbara d’Urso che seleziona ospiti capaci di lanciare dei messaggi devastanti a un pubblico che si informa solo attraverso la tv. Pensate se all’ascolto ci fossero stati delle mamme o dei padri a cui il proprio figlio ha rivelato la propria omosessualità, o peggio ancora dei ragazzi che non si accettano …

di Marcello Filograsso


Fonte: CineTiVu

Transfobia, minacciata e insultata dal fratello: "Lo giuro sul Duce ti ammazzo, ricordati di Hitler". Al via il processo. Il suo avvocato: "In famiglia fenomeno ancora più difficile da debellare"

Ha dovuto subire per anni i soprusi del fratello, che non ha mai accettato e rispettato la sua decisione di cambiare sesso e di diventare donna. Insultata, umiliata, costretta ad andarsene di casa e, infine, aggredita, fino a quando ha deciso di rivolgersi alla polizia e denunciare tutto. A cominciare da quelle minacce di morte che le sono state rivolte: “Lo giuro sul Duce, ti ammazzo. Brutto frocio comunista, ricordati di Hitler”, le ha urlato in due occasioni, davanti ad alcuni testimoni, tra i quali la madre. Tutti hanno accettato di testimoniare a suo favore e, per questo, il fratello è ora imputato, per i reati di ingiurie e minacce, in un processo che inizierà Giovedì a Roma.

Un caso di transfobia familiare, sicuramente tra i più difficili da affrontare e gestire, sia dal punto di vista psicologico che legale. Omertà, imbarazzo, paura: F.E.B., 50 anni, li ha dovuti sconfiggere tutti, grazie anche all'assistenza del suo avvocato, Daniele Stoppello. E questo per riuscire a vivere serena la sua condizione, culminata con l’adeguamento dei caratteri sessuali, come sancito dal tribunale di Genova. F.E.B. è oggi, anche per lo Stato italiano, una donna, che però porterà per sempre dentro di sé i segni indelebili e invisibili delle umiliazioni subite.

La storia. F.E.B. viveva a Roma, nello stesso appartamento della madre, insieme al fratello, C.M.B, di 48 anni. Il rapporto con lui non è mai stato facile. Ma le cose sono peggiorate quando, nel 2005, “avendo manifestato atteggiamenti psicologici e comportamentali che denotavano una chiara identità psicosessuale femminile – come spiega in una delle denunce presentate alla polizia – ho intrapreso l’anno dopo il percorso terapeutico di transizione, culminato con il trattamento medico-chirurgico per l’adeguamento dei caratteri sessuali, il tutto in forza di una sentenza del tribunale di Genova”. “A partire da quel momento – ricorda – mio fratello mi ha costretta a subire continui soprusi, contrassegnati da atteggiamenti di disprezzo, dileggio ed aggressività verbale e tutto questo per la mia decisione di adeguare i miei gusti sessuali”.

La situazione precipita nell’agosto del 2011, quando F.E.B. viene aggredita verbalmente, in ospedale, dove era stata ricoverata la madre invalida. “Io ti ammazzo”, le ha urlato. Solo grazie all’intervento di un amico del fratello, si è evitato il peggio: “Lo ha afferrato trattenendolo e io sono riuscita a scappare e a nascondermi nel parcheggio dell’ospedale, dove ho chiamato il 113”. Poco prima, aveva mostrato alla madre un coltello, preannunciandole l’intenzione di volerla uccidere. Un mese prima, era avvenuto un altro fatto grave, questa volta nella loro abitazione. “Eravamo in salotto, io e mia madre, quando mio fratello, senza motivo, ha iniziato a spintonarmi e dandomi del ‘brutto frocio di merda comunista del cazzo’”. Il tutto condito da un avvertimento neonazista: “Ricordati di Hitler”. Anche in quell’occasione. F.E.B. decide di chiamare la polizia e di andarsene di casa. Non vi farà più rientro, tanto che, ancora oggi, deve recuperare i suoi effetti personali.

A settembre, infine, dopo un nuovo ricovero della madre, viene nuovamente affrontata e minacciata dal fratello. “Appena mi ha vista – ha scritto nella denuncia – mi ha strattonata, prendendomi il cellulare per impedire di chiamare la polizia e minacciandomi: ‘Lo giuro sul Duce, ti ammazzo, ho detto che ti ammazzo, lo giuro”. A quella scena assistono alcune persone, che accettano di testimoniare in suo favore.

Reazioni. “I casi di omofobia e transfobia familiare sono tra i più complessi da gestire – spiega all'HuffPost l'avvocato della transessuale, Daniele Stoppello – I soggetti coinvolti, infatti, sono più vulnerabili rispetto alle vittime dell'omofobia sociale sia perché risulta più problematico ricorrere alla giustizia, sia perché la discriminazione familiare determina conseguenze devastanti a carico della vittima. Capita, infatti, che la persona si senta inerme davanti a tanta illegalità e i sensi di colpa le impediscono di riconoscere in un proprio familiare la figura del colpevole lasciando così il danneggiato senza giustizia. Ecco perché, mai come in questi casi, è fondamentale nell'ambito processuale la collaborazione dei testimoni che, invece, troppo spesso preferiscono restare nell'anonimato o comunque non vogliono essere tirati in ballo”. Per Stoppello, “di fronte ad un'emergenza così grave e di tali proporzioni appare ancora una volta chiaro la necessità dell'introduzione nel nostro ordinamento di reati specifici d'odio motivati da omofobia e transfobia”.

Per l’avvocato Armando Macrillò, che difende l’imputato, comunque, “non c’è nessun pregiudizio nei confronti della sorella. Si è trattato di liti intervenute in un momento complicato per la famiglia (segnato dalla morte della madre e del fratello), legate anche alla divisione dei beni”.

“L'omofobia e la transfobia tra fratelli sono una realtà frequente – commenta a tal proposito la psicoterapeuta Floriana Loggia - , che si esplicita attraverso dinamiche ancora più violente proprio perché si tratta di persone emotivamente coinvolte. Spesso il rifiuto dell'omosessualità e della transessualità di un familiare si trasforma in una vera e propria fobia proprio perché si vuole allontanare da sé anche la minima ombra di somiglianza, e nel rifiuto del diverso si interrompono anche quei legami d'affetto che solitamente legano i fratelli. La fobia di un individuo verso l'omosessualità diviene massiccia e primitiva in maniera direttamente proporzionale alla vicinanza che l'omosessuale ha con lui”.



Vi abbraccio
Marco Michele Caserta

martedì 15 gennaio 2013

Disturbi dell'identità di genere in età evolutiva: un percorso difficile per i bambini e le loro famiglie

In questo post, vorrei porre la vostra attenzione sul lavoro che svolgo con i genitori dei bambini.

Uno dei temi centrali, che occupa gran parte del tempo nei colloqui iniziali, fa riferimento alle difficoltà, vissute dai genitori, a parlare con i loro figli delle motivazioni che li portano a rivolgersi al nostro Servizio. Per noi è di notevole importanza che il figlio sia informato chiaramente su queste motivazioni, d'altronde la chiarezza e la sincerità sono alla base del lavoro psicologico in età evolutiva. Spesso i genitori vogliono nascondere la motivazione reale perché convinti che parlandone il problema possa ingigantirsi. "Ma come faccio a dirgli questa cosa?". A volte non si può neanche nominare la problematica di genere e a tale scopo vengono utilizzati i più svariati stratagemmi linguistici per evitare di dire "quella" parola.

I genitori fantasticano che non dicendo nulla, facendo finta di niente tutto possa magicamente risolversi. A ben guardare possiamo ipotizzare che la difficoltà di parlarne evidenzi soprattutto il profondo disagio del genitore che non riesce ad accettare e a gestire questo tipo di problematiche. "Diventerà omosessuale?" questa è una delle domande più frequenti che ci pongono i genitori. Per tali motivi il lavoro si concentra spesso sull'informare circa le differenze tra identità di genere e orientamento sessuale.

E' all'interno di tali dinamiche che nasce e si struttura "il segreto", qualcosa da nascondere, di cui ci si vergogna e che è meglio non affrontare. Sono questi i motivi che portano i genitori, terribilmente angosciati, a non riuscire a dire al proprio figlio "sono preoccupato per te, proviamo a fare qualcosa, a cercare di stare meglio". Spesso rifletto su come sia semplice per un genitore comunicare la propria preoccupazione per una tosse e portare il figlio dal pediatra e, al contrario, come sia difficile mostrarsi preoccupati per una problematica legata all'identità di genere e portare il figlio dallo psicologo. Ma questo discorso fa riferimento anche alla cultura in cui viviamo e ci porterebbe troppo lontano.

I colloqui con i genitori sono spesso centrati su come aiutarli a trovare le "parole giuste" per parlare al loro figlio, l'ansia e l'angoscia sono talmente forti che vorrebbero trovare parole che non possano ferire, colpire e preoccupare. Al contrario i bambini quando si sentono visti e riconosciuti dai genitori anche per questa problematica si sentono sollevati, sentono che se ne può parlare, è qualcosa che non si deve nascondere e che si può condividere. Spesso è proprio questa condivisione che permette lo scioglimento dei nodi problematici. A tal proposito vorrei ricordare una frase che mi ha molto colpito del film Saturno contro di Ozpetek: "l'importante non è accettare ma condividere".

In quest'ultimo periodo, sentendo un certo disagio a pronunciare la parola "accettare", mi sono soffermata a riflettere sul suo significato. Questa parola, largamente utilizzata in questo tipo di problematiche, rimanda a un rapporto subalterno in cui chi accetta è in una posizione di superiorità rispetto a chi viene accettato. Molte volte mi sono sentita dire dagli utenti adulti "ma perché devo essere accettato? Cosa ha in più di me questa persona?". Queste considerazioni mi hanno fatto riflettere e, come spesso accade, mi hanno insegnato ad essere più in sintonia con i bisogni degli utenti.

L'importanza di poter parlare di questo tema all'interno della famiglia, è ben rappresentata da quelle situazioni in cui sono sufficienti alcuni colloqui con i genitori per far rientrare la preoccupazione. 
In primo luogo lavoriamo cercando di rendere consapevole il genitore delle proprie fantasie che sottendono la difficoltà di parlare delle problematiche di genere. In seguito cerchiamo insieme di capire il significato per quello specifico bambino di mettersi le scarpe della mamma o la parrucca con i capelli lunghi. A questo scopo può essere utile che il genitore segua e comprenda le fantasie del proprio figlio, nel momento in cui lui attua questi comportamenti: "Provi a stare accanto a suo figlio, giochi e fantastichi con lui, condivida il suo mondo".

E' all'interno di questo processo che a volte accade che comportamenti che prima preoccupavano in seguito siano considerati punti di forza. Spesso, infatti, ci troviamo di fronte a bambini molto creativi, fantasiosi e sensibili. Sono bambini che hanno caratteristiche che non si accordano con gli stereotipi che circolano nella nostra società.

Accanto alla difficoltà genitoriale c'è la difficoltà degli operatori. Seguendo "gli obiettivi terapeutici primari" del lavoro con bambini con problemi di identità di genere, Domenico Di Ceglie sottolinea che uno dei punti fondamentali è quello di "svelare la segretezza". Tale obiettivo così importante nella famiglia, come già sottolineato in precedenza, è altresì fondamentale nel rapporto con lo psicologo. Personalmente ho incontrato molte difficoltà nel parlare ai bambini del motivo per cui vengono al Servizio. Spesso avverto una forte resistenza e vergogna ad affrontare questo tema, per tali motivi capisco che il bambino tende a riprodurre con me le stesse dinamiche che vive all'esterno del Servizio. Già la prima domanda che pongo ai bambini, "sai perché sei qui?", mi obbliga a fare i conti con queste difficoltà. Non è mai successo, infatti, che un bambino mi abbia riferito chiaramente e senza vergogna il reale motivo per cui si trovava al nostro Servizio.

Partendo da questo vissuto cerco di lavorare su un altro degli obiettivi terapeutici, indicati da Di Ceglie, vale a dire quello di "facilitare il riconoscimento e l'accettazione non giudicante del problema d'identità di genere". Per i bambini è molto importante sentire che possono esprimersi liberamente, sapere che non saranno giudicati per i loro comportamenti o per i loro interessi.

Un altro tema centrale che affrontiamo negli incontri con i genitori riguarda le modalità su quanto reprimere o assecondare i comportamenti legati ai disturbi dell'identità di genere. I genitori ci chiedono consigli su quanto permettere al loro figlio di utilizzare vestiti femminili o su quante bambole comprare. Spesso sono convinti che evitando di comprare una Barbie o non facendo indossare quel tipo di abbigliamento il problema possa risolversi. I bambini di fronte al giudizio negativo dei propri genitori riguardo ai comportamenti legati ai disturbi dell'identità di genere fanno in modo di reprimerli e di nasconderli, aggiungendo in questo modo al malessere legato all'identità di genere il malessere che deriva dal sentirsi condannato e represso.

Quante volte abbiamo sentito nel nostro lavoro con gli utenti adulti la profonda sofferenza che derivava dal doversi vestire in fretta in macchina o nell'ascensore con la paura di essere scoperti? Quante volte queste persone ci hanno parlato della solitudine vissuta all'interno della propria stanza sognando di potersi svegliare rendendosi conto di appartenere all'altro sesso?

Per questi motivi riteniamo di primaria importanza la condivisione all'interno della famiglia e nei rapporti con gli operatori dei temi legati ai disturbi dell'identità di genere. Questo è l'unico modo perché i bambini e gli adolescenti non si sentano più soli ad affrontare le loro problematiche e le loro fantasie, ma piuttosto vengano tenuti per mano dai genitori e dagli operatori e insieme a loro possano sentirsi più forti.

In seguito alle molteplici richieste di assistenza da parte di genitori con bambini e adolescenti con problematiche relative all'identità di genere, nel 2005 il Servizio per l'Adeguamento tra Identità Fisica e Identità Psichica (SAIFIP), U.O. C. di Chirurgia Plastica dell'Azienda Ospedaliera S.Camillo-Forlanini, ha istituito il Servizio per il Sostegno all'Identità di Genere (SSIG). Il SSIG è stato fondato in collaborazione con il Prof. D. Di Ceglie, uno dei più autorevoli esperti internazionali in tema di Disturbi dell'Identità di Genere in età evolutiva, Consulente della Gender Identity Development Unit presso la Tavistock & Portman Clinic di Londra.
Il SSIG è stato istituito come Centro clinico e di ricerca sui Disturbi dell'Identità di Genere in età evolutiva e si propone di definire un percorso pubblico, interdisciplinare ed integrato rivolto in modo specifico a: 
• bambini e adolescenti con problematiche relative all'identità di genere;
• figli di persone transessuali generati prima di effettuare il percorso.
Il Servizio, di cui sono la coordinatrice, è una delle poche realtà sul territorio nazionale che si occupa di questi temi. Molte delle mie qualità umane e delle mie competenze professionali le ho affinate e apprese dagli utenti del servizio e dai suoi operatori, per questo provo una profonda gratitudine verso le persone (utenti e operatori) che ho incontrato in questo cammino.



Vi abbraccio
Marco Michele Caserta

lunedì 14 gennaio 2013

In ricordo di Alfredo Ormando che si uccise per protestare contro l'omofobia della chiesa

Era il 13 Gennaio del 1998 quando Alfredo Ormando si diede fuoco in piazza San Pietro per protestare contro la chiesa che demonizza l’omosessualità. A distanza di quindici anni le cose non sono cambiate affatto: la chiesa cattolica (e non solo) continua a demonizzare l’omosessualità e a opporsi sempre e comunque ai diritti delle persone lgbt e queste ingerenze, soprattutto in Italia, pare vadano bene a tutti, visto che nessun governo prende mai posizione contro questi fatti.

Del resto, l’esperienza di Alfredo Ormando è stata emblematica fin dall’inizio: il suo gesto passò inosservato agli occhi dei media. Nota amaramente Gabriella Lettini nel suo breve saggio sull’omosessualità:
"Che cosa dire della banalizzazione e del menefreghismo nei confronti della sofferenza di uomini e donne omosessuali, come nel caso del giovane disoccupato gay datosi alle fiamme davanti a San Pietro a Roma? Il giorno dopo i telegiornali italiani non dicevano nulla della sua situazione di salute, ma trasmettevano un servizio sul fatto che per la prima volta il papa aveva ricevuto un serpente durante un’udienza in Vaticano."
Noi non dimentichiamo Alfredo Ormando e quanti, ogni giorno, in ogni parte della terra, sono vittime dell’omofobia anche per colpa delle religioni. Le parole di Alfredo suonano ancora oggi come un monito:
"Le gerarchie cattoliche arriveranno a dire che mi tolgo la vita per malattia, o debolezza, e non per urlare loro l’ingiustizia che infliggono agli omosessuali in questo Paese. Ed è per questo che nel mio giubbotto, che ho poggiato per terra, sui lastroni calpestati da migliaia di fedeli, ho lasciato una lettera di denuncia. Almeno le parole di un morto, di un martire, le leggeranno. Bisogna ammazzarsi per farsi sentire."
Non lasciamo che la sua morte sia inutile. Ci rivolgiamo in particolare ai candidati lgbt alle prossime elezioni: ricordatevi di Alfredo Ormando, della sua morte e dell’omofobia in cui viviamo in Italia se occuperete gli scranni del Parlamento. Fate in modo che la morte di Alfredo non sia stata inutile.

di Roberto Russo


Vi abbraccio
Marco Michele Caserta

Eventi: "Chiamami per nome". Università e Transgender: verso il "doppio libretto"

Antéros LGBTI Padova, ASU, il Sindacato degli Studenti, e UDU - Studenti. Per con il patrocinio del Centro Interdipartimentale di Ricerca: Studi sulle Politiche di Genere e del Forum di Ateneo per le politiche e gli studi di genere, dell'Università di Padova vi invitano al Convegno:

"CHIAMAMI PER NOME"
Università e Transgender: verso il "doppio libretto"

Giovedì 24 Gennaio 2013  Dalle 15.00 alle 19.00, c/o l'Aula Ippolito Nievo - Palazzo del Bo - Università di Padova

- PROGRAMMA -

- APERTURA E SALUTI - 
Introduce: Luca Mistrello, presidente di Antéros LGBTI Padova.

Guido Scutari, Prorettore per il diritto allo studio e la Condizione Studentesca, Università di Padova.

Alisa Del Re, direttora del Centro Interdipartimentale di Ricerca: Studi sulle Politiche di Genere, Università di Padova.

Saveria Chemotti, delegata per la cultura e gli studi di genere e coordinatrice del Forum di Ateneo per le politiche e gli studi di genere, Università di Padova.

 - RELAZIONI - 
Presiede: Davide Susanetti, dipartimento di studi linguistici e letterari, Università di Padova

Cenni storici e antropologici sul transessualismo, significati culturali della legge italiana e del DSM4:
Giovanni Battista Novello Paglianti, antropologo

Il “doppio libretto” e il diritto italiano:
Francesco Bilotta, giurista, Università di Udine, Rete Lenford

Il percorso psicologico, ruoli e figure dell'iter di transizione:
Annalisa Zabonati, psicologa, collaboratrice dello sportello d'accoglienza SAT di Verona

Il Servizio Accoglienza Trans di Verona: esperienza, considerazioni, dati, affluenze e statistiche:
Daniela Pompili e Manuela Signorini, operatrici dello sportello d'accoglienza SAT di Verona

Esperienza del “doppio libretto” con l'Università e con il Politecnico di Torino:
Christian Ballarin, responsabile del Consultorio S.P.O.T. del Circolo Maurice di Torino

Testimonianza personale sulla realtà sociale padovana e negli studi all'Università del West England:
Giovanni Papalia, studente FtM

Il MIT a Bologna, storia ed esperienza di buone pratiche:
Porpora Marcasciano, presidente del Movimento Identità Transessuale.


INTERVENTI E DIBATTITO


- PER INFORMAZIONI -
Luca Mistrello (393/9087979)



Vi abbraccio
Marco Michele Caserta

sabato 12 gennaio 2013

Cassazione apre alle coppie omosesssuali: "Non c'è danno per la crescita del bambino". Scontro tra Pd e Pdl

Un minore può crescere in modo equilibrato anche in una famiglia gay. Né vi sono "certezze scientifiche o dati di esperienza" che provino il contrario. E' il principio messo nero su bianco dalla prima sezione civile della Cassazione con una sentenza, depositata oggi, che nel respingere il ricorso di un immigrato mussulmano, ha dato il via libera all'affido di un bambino a una coppia formata da due donne, stabilendo che "il mero pregiudizio che sia dannoso per l'equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale" dà "per scontato ciò che invece è da dimostrare, ossia la dannosità di quel contesto famigliare".

Respinto il ricorso del padre naturale - L'uomo, che vive a Brescia, si era rivolto ai Supremi Giudici per contestare la decisione con la quale la Corte d'Appello bresciana, il 26 luglio 2011, aveva affidato in via esclusiva il figlio minore, naturale, che lui aveva avuto dalla sua ex compagna, I.B., alla donna. Il padre dal bambino conteso faceva anche presente che la sua ex era andata a vivere con una assistente sociale della comunità per tossicodipendenti in cui, anni prima, era andata a disintossicarsi. Secondo lui era dannoso che il minore fosse educato in un contesto omosessuale. Ma la Suprema Corte gli ha fatto presente che era stato proprio lui, con la sua condotta violenta nei confronti della compagna della sua ex, ad aver provocato una reazione di turbamento nel minore dal quale, per di più, si era allontanato quando il bimbo aveva appena 10 mesi "sottraendosi anche agli incontri protetti ed assumendo, quindi, un comportamento non improntato a volontà di recupero delle funzioni genitoriali e poco coerente con la stessa richiesta di affidamento condiviso e di frequentazione libera del bambino".

Per le associazioni gay è una sentenza storica - Esultano le associazioni omosessuali, che da Arcigay, a Gay Center al Circolo Mario Mieli, parlano di "sentenza storica" e chiedono alla futura maggioranza di legiferare. Soddisfatta anche Equality, anche se "rimane irrisolto, in assenza di una legge, il problema della tutela dei bambini delle famiglie omosessuali, che hanno utilizzato tecniche di fecondazione assistita all'estero". Contrario invece il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera: "Auspico una maggiore tutela di taluni diritti delle coppie di fatto (omosessuali compresi), ma non sono favorevole alle adozioni per la coppia omosessuale".

Marino (Pd): "Un principio di civiltà" - "La Corte di Cassazione ha sancito un principio di civiltà: dovremmo smettere di guardare a temi così importanti, come sono i diritti civili, con lenti del Novecento. La conoscenza scientifica deve contribuire ad eliminare certi tabù e credo che le persone che si amano debbano, a prescindere dal loro sesso, avere gli stessi diritti": così Ignazio Marino, senatore del Partito Democratico. "Non si può decidere su temi così importanti spinti dal pregiudizio: vent'anni fa avrei risposto che ero contrario alle adozioni da parte di coppie omosessuali. Poi - prosegue - sono stato convinto dai compagni di classe di mia figlia, a Philadelphia. Con lei c'erano diversi bimbi e poi adolescenti allevati in famiglie omogenitoriali e ho visto che erano uguali in ogni aspetto ai compagni e alle compagne che crescevano in famiglie eterosessuali. La capacità di crescere un figlio non é una prerogativa esclusiva della coppia eterosessuale, ma riguarda anche le coppie omosessuali e i single. E' un dato confermato dalla scienza. Ciò che è veramente importante è che l'adozione venga disposta nell'esclusivo e prioritario interesse del minore. Pensiamo a tutti i bambini in attesa di adozione nei Paesi a basso indice di sviluppo: meglio il degrado, la precarietà delle condizioni igienico-sanitarie o la possibilità di un percorso di crescita in una famiglia che li ama, indipendentemente dalla sua composizione?".

Gasparri (Pdl): "Un precedente molto pericoloso" - "Al di là del caso specifico, quanto affermato dalla Cassazione in tema di adozioni omosessuali rappresenta un precedente molto pericoloso", sostiene il presidente del gruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, aggiungendo: "Di fatto apre ai figli nelle coppie gay, sostituendosi al legislatore giacché nel nostro paese non è possibile dare in affido un bambino a coppie dello stesso orientamento sessuale". I giudici della Suprema Corte - osserva ancora Gasparri - non solo non hanno tenuto in alcun conto gli studi medico-scientifici che dimostrano i danni psicologici riportati da bambini cresciuti da coppie omosessuali, ma hanno violato la stessa Costituzione che riconosce nella famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna la società naturale nella quale crescere i figli. Un principio che invece intendiamo ribadire a chiare lettere e che i giudici della Cassazione non possono fingere di ignorare. Si tratta di una sentenza molto grave ed useremo tutti gli strumenti parlamentari consentiti per tutelare il nostro ordinamento, difendere la famiglia e vigilare sul benessere dei nostri figli".

Scalfarotto: "La magistratura scrive una pagina importante per il rinnovamento" - "Ancora una volta la magistratura scrive una pagina importante per il rinnovamento culturale, oltre che legislativo, del nostro Paese ricordando che preconcetti, superstizioni e luoghi comuni non possono essere considerati come fonti del diritto e ancor più non possono pregiudicare la vita e l'armonia famigliare di genitori e figli": così Ivan Scalfarotto Vicepresidente dell'Assemblea Nazionale Pd e candidato nelle liste per la Camera. "La sentenza - prosegue - arricchisce l'oramai ricco corredo di pronunce di diversi tribunali e giudici a favore del riconoscimento dei diritti civili includendo, oltre alla tutela dei diritti delle coppie, anche quella importantissima dei bambini che in famiglie omogenitoriali vivono e costruiscono i propri riferimenti e la propria affettività. Da oggi - conclude il Vicepresidente PD - tutti coloro che continuano a opporsi al riconoscimento dei diritti per le persone gay e lesbiche e per i loro figli dovranno fare i conti con questa sentenza che chiarisce come i loro pregiudizi non abbiano nessuna valenza o riscontro scientifico".

Giovanardi (Pd): "Inaccettabile il vizio dei magistrati di sostituirsi ai legislatori" - "Non è certamente facile per un giudice orientarsi nella controversia tra un padre violento che ha abbandonato a suo tempo il bambino appena nato e una madre ex tossicodipendente a cui è stato affidato il figlio che convive con una assistente sociale della comunità in cui trovò accoglienza. Mentre è difficilmente sindacabile la convinzione della Cassazione che il bambino nel caso specifico debba rimanere con la mamma, totalmente inaccettabile è il vizio dei magistrati di sostituirsi ai legislatori trinciando giudizi temerari sul fatto che sia indifferente per l'equilibrata crescita di un bambino il fatto di avere un padre ed una madre o 'due genitori' dello stesso sesso". Così Carlo Giovanardi, senatore Pdl.

Galan (Pdl): "Lo Stato laico deve ascoltare i cittadini" - Ma da un altro esponente Pdl, Giancarlo Galan, arriva una valutazione opposta: "E' un passo avanti, lo Stato laico deve ascoltare i cittadini, nessun altro". Contrario invece Massimo Polledri, esponente cattolico della Lega Nord, secondo il quale la sentenza è "un anticipo del governo Bersani". "Non si può costruire una civiltà attraverso le sentenze dei Tribunali", è la reazione di sconcerto di monsignor Domenico Sigalini, vescovo di Palestrina e presidente della Commissione Cei per il Laicato, che invita a considerare "i tanti studi fatti finora sulla famiglia".

Fonte: tiscali: cronaca

Vi abbraccio
Marco Michele Caserta