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domenica 2 dicembre 2012

Le migliori scuse per essere omofobi


A un certo punto mi sono reso conto che qualcosa mi aveva offeso. Negli articoli, dico, e negli editoriali relativi al suicidio di Andrea, il quindicenne romano additato come gay. Il fatto che anche gli articoli prendessero toni da editoriale era parte del problema: come se non si trattasse di una sequenza di fatti da collegare e comprendere, ma di una storia esemplare. C’erano in molti di questi pezzi, soprattutto in quelli più illuminati, un tono di solenne deplorazione, un ricorso sfrenato alla ripetizione enfatica, e una totale inconsapevolezza dell’abilità sopraffina che occorre per gestire un discorso sui rapporti tra norma e differenza, se non si vuole riconfermare con la propria retorica – con un “noi” nobile e paternalista, e un “loro” fragile oppure perverso – quell’asimmetria gerarchica che viene denunciata. Tutti volevano mettersi al sicuro, sentirsi nel giusto di fronte a quella morte atroce e incomprensibile. Mille volte più della morte di Andrea, è stato il dibattito sulla morte di Andrea a dimostrare la gravità dell’omofobia in Italia. Mi sembra che adesso, passato qualche giorno, si possa e debba ragionare su ciò che è successo. Non sulla storia personale di Andrea, di cui non solo non si può parlare (per mancanza di informazioni dirette e verificabili) ma si deve tacere (per rispetto). Ragionare, dico, solamente sulle reazioni che la vicenda ha suscitato: non è poco.

Pensiamo, per esempio, a chi ha detto e scritto che Andrea non era una vittima dell’omofobia, anche perché “non era omosessuale”. Controprova inconsistente, ma sintomatica. L’omofobia si scaglia volentieri anche contro i falsi bersagli, e comunque molti quindicenni vivono una sessualità semplicemente indecidibile entro il sistema formale dell’adolescenza. Ma il fatto stesso di mettere in campo la supposta eterosessualità di Andrea è una potente dimostrazione del contesto ingenuamente omofobico in cui viveva. Un contesto che crede di proteggere la vittima garantendo la sua appartenenza alla norma, ma così facendo sottoscrive la discriminazione. Tutta la lettera firmata da “alcuni insegnanti, genitori e compagni di classe” tradisce lo stesso pregiudizio ingenuo, con il suo ritrattino di un ragazzo “molto complesso e sfaccettato”, di cui però una cosa è assolutamente certa: che fosse “inesistente” una sua omosessualità.

La lettura dominante ha invece parlato apertamente di omofobia. Ma anche qui non tutto fila liscio. Il problema è che la storia di Andrea è troppo perfetta. Permette, ad esempio, di riproporre lo stereotipo infantilizzante dell’omosessuale fragile. Il sindaco Alemanno arriva a sfiorare l’ingiuria parlando di un ragazzo “troppo sensibile”: come a dire, un po’ se l’è cercata. Si dirà: ma Andrea era appunto un ragazzo. Allora perché nessuno accenna, come sarebbe stato ovvio fare, al decennale impegno dell’associazionismo gay per entrare nelle scuole e parlare con i ragazzi, nonostante la resistenza degli adulti? L’omofobia è un flagello, ma i giovani gay che si impegnano per combatterla creano allarme. Somigliano, nell’immaginario diffuso, non alla meglio gioventù dell’alluvione di Firenze ma a dei mujaheddin isterici. E poi: come contromisura i media arrivano al massimo a chiedere l’estensione della legge Mancino (iniziativa benemerita che avrebbe scarso impatto, temo, sul bullismo di piccolo cabotaggio). Non parlano certo di matrimonio, di adozione, di procreazione assistita, di leggi egalitarie che permetterebbero a molti ragazzi di immaginarsi un futuro vivibile di cittadini gay. Ma la storia di Andrea fa comodo proprio perché condannare il bullismo (che non piace a nessuno) permette di farsi una patente di antiomofobia senza bisogno di affrontare temi “delicati”.

Altro problema: questi commenti parlano di omofobia come di un comportamento deliberato e consapevole agito da individui ben precisi. Se qualcosa del genere c’è stato, va certamente sanzionato; ma mi fa sorridere che si sia scoperto, adesso, che sui muri del Cavour una scritta (ora cancellata) additava Andrea come frocio. Forse era mimetizzata tra le mille altre scritte analoghe? Tanti studenti si uccidono (o ci arrivano molto vicini) semplicemente per la pressione quotidiana che vivono in qualsiasi scuola italiana: nei miei primi quattro anni di insegnamento sono stato testimone di ben due suicidi di matrice (anche) omofobica – in un solo istituto, il mio. Neanche quella era una “scuola omofoba”, popolata di “omofobi”. La realtà è che gli omofobi non esistono. Non esistono come banda, ‘ndrina, setta thug. La stragrande maggioranza delle persone (molti gay inclusi) compie quotidianamente gesti omofobici. In gran parte non vengono percepiti come tali, perché sono atti di discreta omissione; la scelta di un coinquilino, di un affittuario, di un sedile sull’autobus; non dare attuazione alla circolare 7974 sul contrasto dell’omofobia a scuola; non menzionare mai nei testi scolastici di storia o di diritto l’emancipazione gay (ma quella femminile o etnica – giustamente – sì); conformarsi al bon-ton specioso che considera gay-friendly passare sotto silenzio l’omosessualità. È semplice:nell’Italia di oggi ogni ambiente sociale, scolastico, famigliare che non sia attivamente, esplicitamente antiomofobico è omofobico. Questa è la condizione reale del nostro Paese. Ignorarla significa validare un’altra versione semplificata dell’omofobia: non negazionista, stavolta, ma giustizialista.

Sembra una diagnosi catastrofista da militante gay? Quanto sarebbe meglio considerare l’omofobia come un male assoluto, infamante, da ricondurre in fretta entro contesti ben precisi e imputare a un ristretto gruppo di ragazzi e adulti che si sentiranno sotto assedio! Invece è una micropratica a diffusione endemica. Un fatto umano, che come tutti i fatti umani ha avuto un inizio e avrà anche una fine – se se ne affronteranno con azioni nette le cause prime. Lo dico come provocazione: forse se la considerassimo come qualcosa di meno estremo e più pulviscolare, se laicamente la pensassimo meno nera e più oscura, saremmo più disposti a combatterla a tappeto. E se la conoscessimo meglio. In questo brodo di coltura – pesa dirlo – può sfumare perfino la distinzione tra perseguitati e persecutori: possibilissimo, per esempio, che un ragazzino contribuisca alla pagina Facebook che lo prende a zimbello. Si chiama omofobia interiorizzata. Ormai sappiamo moltissimo (per fortuna) sulle dinamiche e sui paradossi dell’antisemitismo o della misoginia. La zona grigia è una metafora corrente (e corriva), il patriarcato è un concetto acquisito. Sull’omofobia siamo ancora degli analfabeti. A quando, per esempio, la traduzione italiana delle "Réflexions sur la question gay" di Didier Eribon?