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lunedì 3 dicembre 2012

«Io, gay, costretto a transitare»

Nella giornata per l'abolizione della schiavitù e della «tratta» di esseri umani, siamo entrati, a Roma, nella casa segreta delle trans che hanno denunciato i loro sfruttatori. Ecco che cosa ci hanno raccontato

D'un tratto si piega su se stessa, le mani diventano pugni, la voce roca. «Ero gay, non volevo cambiar sesso. Mi hanno costretta a prendere gli ormoni e a prostituirmi».
Anna («ti prego, non rivelare il mio vero nome»), 29 anni, è una delle trans brasiliane dalla cui denuncia è scattata l'inchiesta che, il 7 Ottobre scorso, ha sgominato un'organizzazione criminale dedita alla tratta delle trans tra Brasile e Italia. In manette sono finite 28 persone, altre 48 sono indagate. I carabinieri hanno sequestrato 30 appartamenti e ricostruito l'organigramma della banda, i cui vertici stavano in Brasile ma avevano contatti con la mafia.

Le vittime, provenienti dalle favelas brasiliane, venivano avvicinate in patria da trans che le convincevano a trasferirsi in Italia con la promessa di un lavoro. Una volta arrivate venivano costrette a prostituirsi «altrimenti ammazziamo i tuoi familiari».
«Sono rimasta nelle loro mani per tre anni», dice Anna che, dopo la denuncia, vive in una casa segreta - finanziata dalla Regione Lazio e dal ministero delle Pari opportunità e gestita dall'Associazione "Ora d’Aria" - insieme ad altre quattro trans che come lei collaborano con la giustizia. L'indirizzo è top secret, ma nella giornata per l'abolizione della schiavitù e la tratta di esseri umani, Vanity Fair è riuscito a entrare e parlare con le ospiti. Due ci hanno raccontato la loro storia.

L'INCUBO DI ANNA
«A 22 anni lavoravo in un call center. Conobbi una trans che da giovane aveva vissuto in Italia. Mi parlava sempre di Roma, Milano, Firenze. Diceva: “Sai che lì si guadagna tanto? Perché non te ne vai per un po'? Con i soldi che metti da parte potresti tornare e avviare una tua attività”. Mi lasciai convincere e, poiché non avevo i soldi per il viaggio, accettai che me li prestasse. 
I miei non volevano: “Che ci vai a fare? Non sei felice qui?”. In aeroporto mi aspettavano altre trans, arrivammo in Svizzera e da qui a Budapest, dove c'era una persona che ci avrebbe trasportate in Italia in macchina. Eravamo clandestine, ma questa persona aveva degli amici alla frontiera che, dietro il pagamento di 500 euro a testa, ci fecero passare. A Roma iniziò l'incubo». 

«La mia “amica” mi aveva prestato duemila euro, ma all'arrivo in Italia mi dissero che dovevo restituirne 15 mila. In più dovevo pagare ogni settimana 250 euro per il posto letto. Dissi: “Non ho tutti questi soldi”. Mi chiusero in un appartamento con altre venti persone che a turno lavoravano sulla strada. Quelle che si prostituivano di giorno dormivano di notte, e viceversa. Provai a rifiutarmi, mi dissero: “Se non lo fai uccidiamo la tua famiglia”». 

«Si lavorava tutta la notte, dalle 18 alle 6. E poiché non ero abastanza "femminile", mi costrinsero a prendere gli ormoni e farmi dei ritocchini. Tentai di scappare, mi tagliarono il viso con una bottiglia. Ai miei genitori al telefono dicevo che stavo bene, mi vergognavo troppo per raccontargli la verità».

«Alla fine estinsi il debito, poi denunciai. Mi diedero un permesso di soggiorno di sei mesi per motivi di giustizia e arrivai in questa casa. I sei mesi divennero un anno, poi due anni e infine tre. Tanto ci è voluto perché scattasse la retata, il 7 ottobre scorso. La trans che mi aveva convinta a venire in Italia è, però, ancora libera in Brasile. Spero di non inconrarla quando tornerò a casa. Grazie all'Associazione "Ora d’Aria" in questi tre anni ho studiato e mi sono appassionata al turismo. Vorrei tornare a casa e avviare una piccola attività».

L'INGANNO DI NICOLE
«Ho 24 anni, sono brasiliana. Da piccola nella mia città, San Paolo, avevo un'amica che amavo molto. Quando si trasferì in Italia ne soffrii parecchio. Rimanemmo in contatto e quando compii 18 anni lei mi telefonò: “Perché non vieni a lavorare nel mio negozio come parrucchiera?”. Mi mandò i soldi per fare il passaporto e il biglietto. Partii con altre persone che non conoscevo, sue amiche. Arrivammo a Budapest e da qui in Svizzera, dove dormimmo a casa di una signora. 

Il giorno dopo, di buon'ora, venne a prenderci un signore con la macchina. Il viaggio durò otto ore, poi salimmo su un treno che ci portò a Roma. Ero convinta che all'arrivo avrei trovato la mia amica, invece la vidi solo dopo una settimana. 

Nel frattempo, mi portarono a casa di una trans. Vi abitavano venti persone, cinque per stanza. Mi dissero: “Riposati, la tua amica arriverà più tardi". Ma invece arrivò la padrona di casa: “Senti, qui non esiste nessun negozio da parrucchiera, ora tu metti questi vestiti e domani inizia a lavorare sulla strada”. Protestai, chiesi della mia amica, non volevo credere che mi avesse ingannata. Mi minacciarono: "O fai come ti diciamo oppure ammazziamo la tua famiglia". 

Mi sentii persa, non conoscevo la lingua italiana, non conoscevo nessuno, mi avevano preso documenti e telefono, non mi permettevano di chiamare a casa. Mi truccarono, mi vestirono e mi portarono sul marciapiede. Dopo una settimana arrivò l'amica, mi prestò il suo telefono: “Chiama a casa e di' che va tutto bene”. Poi aggiunse: “I soldi che ti ho prestato devi restituirmeli con gli interessi, ora sono 16 mila euro”. 

Sono rimasta nelle mani di questa gente per un anno, ho estinto il debito, ma loro pretendevano che pagassi ancora di più. Fu allora che capii che da sola non ne sarei mai uscita, trovai il coraggio di denunciare tutti. Da quel momento sono rinata.

In questa casa, le volontarie dell’Aassociazione "Ora d’Aria" mi hanno aiutata a capire, anche con l'aiuto di una psicologa, che non devo colpevolizzarmi per quello che mi è capitato, ero piccola, sono stata ingannata. Mi hanno aiutata a studiare, a reintegrarmi e a seguire il percorso per il cambio di sesso. Ora sono una donna a tutti gli effetti,ho un fidanzato e tra un anno vorrei sposarmi. Il mio sogno? Svegliarmi un giorno e scoprire che tutto questo è stato solo un brutto incubo».