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domenica 25 novembre 2012

Se «gay» è un’infamia pure da morti


Dopo la morte del ragazzino suicida a Roma tutti si affrettano a dire che «non era omosessuale». E anche se lo fosse stato?

Si sono sparse tante parole sulla morte di Andrea, il ragazzino di Roma che portava i pantaloni rosa e si è ucciso perché lo prendevano in giro «come gay». Dopo che la notizia si è diffusa, i compagni di scuola, «accusati di essere i responsabili di questa morte che invece è ancora da capire» (ha detto la loro preside), hanno scritto una lettera per spiegare che non era gay.
«Il suo gusto per il paradosso e il travestimento, che nelle ricostruzioni giornalistiche è stato confuso con una inesistente omosessualità» 
«Non era omosessuale, tanto meno dichiarato, innamorato di una ragazza dall’inizio del liceo» 
«Se fosse stato gay me l’avrebbe detto senza vergogna» (ha detto la madre il giorno dei funerali)
Forse è vero, la tragedia è che nessuno avrà più modo di saperlo. Neppure lui. E 15 anni sono comunque troppo pochi per avere idee definitive sul proprio orientamento sessuale. Di sicuro Andrea aveva il coraggio di sfidare le regole non scritte del gruppo per essere se stesso: mi riesce difficile pensare che un 15enne oggi in Italia possa portare smalto e rossetto senza beccarsi tante reazioni negative (succede nelle puntate in onda in queste settimane anche a un personaggio di Glee, un telefilm cult tra gli adolescenti).

Nel 2007 un altro ragazzo, Matteo, 16 anni, si è tolto la vita a Torino perché lo «accusavano» di essere omosessuale. È stato male per mesi, anche se «sorrideva sempre» (hanno raccontato) e alla fine si è buttato dal quarto piano. Dopo, la reazione è stata la stessa: «Non è vero che era gay, non è vero che era gay». Il Giornale titolò: «Il suicida diventato icona gay. Il pm chiude il caso: una bufala». Io non so se Andrea e Matteo fossero gay. E davvero non importa: se anche lo fossero stati?

Ora però tutti accorrono a dire che Andrea non lo era. Questa negazione in morte di un’identità possibile mi sembra un’ulteriore forma di violenza. Il corollario che passa sottotraccia è: se fosse stato gay avrebbe avuto un motivo per ammazzarsi. Oppure: non puoi essere gay, neppure se ti uccidi per la disperazione di non poterlo essere. Sembra che «gay» sia un’infamia pure da morti. Per gli adolescenti omosessuali è un messaggio terribile. E di certo non aiuta a prevenire i suicidi.

Ripeto, io non so chi fosse Andrea, ma aveva il diritto di essere chiunque e qualunque cosa desiderasse. E vorrei che gli adulti, quelli che hanno titoli e autorità per farsi ascoltare, lo dicessero chiaramente: va bene essere gay.