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domenica 25 novembre 2012

Quindicenne suicida perché deriso: aveva già tentato di togliersi la vita

La denuncia dell'avvocato della famiglia del liceale vessato su Facebook: era da tempo costretto a subire violenze da parte dei coetanei, ha consapevolmente scelto di interrompere quel gioco

ROMA - Aver capito in tempo, a 15 anni, cos’è l’omofobia, così da non trovarsi a esercitarla contro Andrea, col dileggio e persino con le botte, senza poter immaginare che lui per questo si sarebbe ucciso. Aver incrociato qualche adulto capace di spiegare nel concreto cosa sia il rispetto della diversità, in una scuola dove su quel tema erano stati persino tenuti alcuni corsi. Se fosse andata così, Andrea, probabilmente, sarebbe ancora vivo. Ora la sua famiglia accusa tanto i ragazzi che la scuola: con azioni e omissioni, avrebbero costretto il ragazzo «a reagire ponendo fine alla sua giovane vita». Prima di Martedì ci aveva già provato. 

Aveva tentato di togliersi la vita qualche settimana fa. Lo avevano salvato. Il retroscena della determinazione di un quindicenne nel voler interrompere la sua esistenza viene così descritto dalla sua famiglia in una lettera dell’avvocato Eugenio Pini: «Era da tempo costretto a subire vessazioni e violenze da parte dei coetanei, e ha consapevolmente scelto di interrompere quel gioco». La lettera parla di «persecuzioni sulla sfera sessuale del tutto immotivate e non corrispondenti al vero». Parla di «cieca ed insana violenza scaturita tra i banchi di scuola». Si chiede come mai all’interno della stessa scuola nessuno «sia stato in grado di percepire la violenza ed il disagio, non sia stato in grado di segnalarlo, non abbia fatto niente per impedirlo». 

E il dramma si allarga ad altri drammi. Cerchi concentrici di angoscia e di dolore. Altre famiglie che hanno perso il sonno. «I nostri figli sono sotto choc», tuona Luca Calindri, padre di uno dei compagni di Andrea in II A. «Li hanno accusati di essere dei bulli omofobi, li hanno infangati con accuse inesistenti, mentre tutti loro amavano e rispettavano il loro compagno, e non hanno fatto nulla che potesse provocare la sua disperazione».

E allora chi ha sbagliato? Come misurare lo scarto tra la goliardia e la cattiveria? Paola Concia, deputato Pd, relatrice della legge contro l’omofobia, li ha guardati negli occhi, i compagni di Andrea. «Ho parlato con loro per tre ore. Piangevano tutti. Erano frastornati, spaventati, attoniti. Dicevano che Andrea era sempre allegro, un amicone, ben inserito in classe, pieno di amici, andava bene a scuola. Non riuscivano a capire.

La mia impressione è che questi ragazzi non comprendano il concetto di omofobia, perché nessuno lo ha insegnato loro. Hanno soltanto 15 anni. Il compito di formarli e di informarli spetta agli adulti».
Conoscere, capire, rispettare. Hanno sbagliato in tanti. C’è una catena di responsabilità morali che attraversa più generazioni e più contesti, dietro la fine di Andrea. "Io porto i pantaloni rosa", tuona il web, raccogliendo attorno all’hashtag lo sdegno collettivo per un ragazzo crocifisso dall’ignoranza.

di Marida Lombardo Pijola


Fonte: Il Messaggero.it

Ecco che piano piano i tasselli mancanti escono fuori...è troppo semplice piangere ora, dopo aver portato all'esasperazione un ragazzino di 15 anni!