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sabato 16 aprile 2011

Arcigay Bari. Intervista al neopresidente Francesco Brollo: “Non serve essere gay per difenderne i diritti”.

In un’intervista rilasciata a ‘City’, il quotidiano free del Corriere della Sera, spiega le ragioni che l’hanno portato ad accettare, lui eterosessuale, la candidatura alla presidenza dell’Arcigay di Bari e racconta come intende muoversi nel prossimo futuro.

Francesco Brollo Regista, 37 anni, ha una figlia di quattro. Da qualche giorno è il primo Presidente eterosessuale di un’Arcigay in Italia.

Un presidente eterosessuale di un’Arcigay. Sei il primo in Italia. Come hai fatto a essere eletto?

Da sempre ho amici di ogni orientamento sessuale. Non è mai stato un problema. Mi è sempre piaciuta la condivisione di interessi. Vivo a Bari da 5 anni e sono amico di due dei fondatori dell’Arcigay della città. Da qualche mese si era dimesso l’ultimo presidente e l’associazione viveva una situazione di stallo. Quindi ho deciso di candidarmi. Ho avuto la maggioranza al comitato provinciale. Ed eccomi qui.

Non era mai successo in Italia…

Sì, ma non mi sembra una cosa strana. Mi batto per i diritti. E credo che la mia battaglia sia la battaglia di tutti: l’impegno sociale non ha colore. Tutto parte dall’amicizia. Tutto inizia dall’amore e dalla condivisione.

Molti ti hanno accolto senza problemi, altri all’interno dell’associazione non sono molto contenti del tuo arrivo. Chiedono il commissariamento. Tu cosa dici?
Nel mondo omosessuale ci sono molte resistenze verso l’esterno. Sono nate da un cammino lungo, fatto di difficoltà, di fatica, di esclusione. È come se per anni una persona restasse chiusa in una camera buia. Appena si apre la finestra la luce che filtra è accecante. Fa perdere la vista. Questa è un po’ la storia dei movimenti gay in tutto il mondo: per me però guardare quella luce è un dono,un’opportunità per fare capire alla società che tutti hanno dei diritti.

Quale sarà l’idea che guiderà la tua presidenza?
Io parto dal concetto di inclusione. La mia, anzi la nostra idea, è quella di riattivare il gruppo. Di uscire dal solito giro e di aprirci alla città. Anche ai tanti eterosessuali che vogliono condividere la nostra lotta. Cercheremo di creare un momento di confronto. Tutti ne abbiamo bisogno: eterosessuali o omosessuali. Solo così possiamo capirci.

Non ti senti un po’ fuoriluogo, incapace di comprendere la sensibilità gay?
Intanto non sarò solo. E poi per me è l’emozione che ci unisce. Se un eterosessuale legge una poesia di Federico Garcia Lorca non pensa alla sua inclinazione sessuale, ma alla forza delle sue parole. Così come se un gay leggesse l’opera di un poeta etero. Quello che ci unisce sono le emozioni. E io parto da qui: nulla di più.

Le persone che ti incontrano in strada a Bari cosa pensano?
Molti mi hanno supportato. Non pensano sia strano. Altri fanno battute: “Sei diventato ricchione?”, mi chiedono. Io non rispondo, a volte scherzo. Ma non ho paura del giudizio delle persone. Anzi l’essermi messo in prima fila da eterosessuale spero possa essere un segnale per tutti.

In questi giorni la stampa ti sta inseguendo. Come hai reagito?
Dico sempre che mi sto facendo una violenza. Nel senso che non amo rilasciare interviste. Non voglio diventare famoso. Ma se tutto questo servirà per far parlare del problema, per far riflettere le persone sui diritti degli omosessuali e di tutti, allora il mio sforzo avrà un senso.

Ecco, il senso. Qual è il senso di questa battaglia portata avanti da una persona etero?
Ripeto: i diritti non hanno colore. Basta pensare alle battaglie passate: in Usa tantissimi bianchi negli anni ’50 hanno combattuto perché le persone di colore diventassero cittadini. Chi lotta contro la ghettizzazione degli zingari non deve essere per forza uno zingaro. La stessa saggezza l’applicherei alla mia situazione.

Cosa speri di fare da etero per i gay?
Non mi piace vederla così: io sogno un mondo in cui non esistano differenze sessuali. Lo faccio anche per mia figlia che ha 4 anni. Perché quando sarà grande ci sia un mondo diverso pronto ad accoglierla, anche se fosse lesbica.

Un mondo inclusivo…
Vengo dal Veneto, la terra del leghismo, che è l’esempio più chiaro di come escludere, allontanare. Quello che non piace, il diverso, viene gettato oltre il confine. Non deve essere visto. Io voglio che avvenga il contrario. Ecco a me è capitato di battermi per i gay, ma avrei potuto supportare un’altra minoranza. È solo questione di diritti.

Angelo Paura – city.corriere.it


Vi abbraccio

Marco Michele Caserta