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mercoledì 30 marzo 2011

Transessualismo: un tema scomodo per chi ne parla, un dramma sociale per chi lo vive

“Io non ho cambiato sesso, ho adeguato il corpo alla mia identità psicologica”. Parole di Leila Daianis, presidente dell’associazione Libellula ArciTrans, ospite insieme a Porpora Marcasciano di un’iniziativa partita dal collettivo LGBTIQ dell’Università La Sapienza.

Un incontro informale ma davvero ricco di contenuto, quello avvenuto il 10/03/11 sera, denso di verità, quindi di realtà scomode, in cui le parole dette hanno assunto un peso in più rispetto a quello abituale, perchè pronunciate da persone che hanno vissuto l’esperienza di cui parlano sulla propria pelle e ne hanno fatto una battaglia sociale.

Si parla di transessualismo, della storia del movimento trans, dei disagi sociali, della patologizzazione di questa condizione e dell’obiettivo di depatologizzarla.

Transessualismo: ecco un esempio di termine scomodo da pronunciare, almeno quando lo si vuole inserire in un contesto serio e non di denigrazione. E’ quasi sempre associato alla prostituzione, allo scandalo, a persone forzatamente appariscenti, a qualcosa di “strano” e di “anormale”.

E mentre magari, quando in televisione si vedono transessuali parlare della loro esperienza, ci si tranquillizza di non dover patire lo stesso dolore, o di non essere vittima di quei pregiudizi (perché, questo almeno lo si capisce, non è la persona trans che sceglie di essere tale), altre persone, da qualsiasi punto di vista membri della nostra società, vivono da soli un profondo dramma interiore.

Porpora Marcasciano, presidente del M.I.T. (Movimento Identità Transessuale), affronta la questione: in quale misura il disagio che un trans prova dipende da un problema di Identità di Genere (e quindi interno) e in quale altra dal contesto della società? Certo, sentirsi uomo (o donna) e quindi estranei nel proprio corpo di donna (o uomo) non è una questione superflua. Ma se ci si rendesse conto di ciò, si decidesse di intraprendere un processo per arrivare al cambiamento di sesso, il problema vero dei transessuali, quello che sembra essere una maledizione per la vita, non esisterebbe. Ciò che impedisce una vita “normale” è la questione lavoro, la questione casa, l’accettazione degli altri.

Quella del transessualismo è una condizione che è stata ignorata per quasi 2000 anni. Fino agli inizi del ‘900 i transessuali erano praticamente invisibili. Ovvio: chi si prendeva la responsabilità di sollevare il “problema” della loro esistenza? Chi eterosessuale si interessava di questa realtà e chi transessuale aveva il coraggio di parlarne? Poi, in particolare negli anni ’60/’70, iniziò a prendere vita un movimento di trans, in lotta per un processo di liberazione che seguiva anni di negazione e di vuoto storico.

Che l’uomo sia di natura altruista e intelligente al punto da saper accettare la diversità: beh, su questo i dubbi sono più che fondati. Ma che una volta organizzato in società, egli si debba preoccupare di tutelare tutti i suoi membri, di riconoscere le differenze e di adeguargli dei trattamenti senza emarginarle o chiudendo gli occhi, su questo non ci può essere alcun minimo dubbio.

La società è ciò che forma l’uomo inevitabilmente, ciò che gli condiziona la vita più di ogni cosa; ma è anche ciò che educa, ciò che immette convinzioni e punti di riferimento nella mente. Per cui se dal passato più remoto i trans sono stati subito etichettati come “pervertiti” e poi considerati veri e propri matti, non ci si può stupire che ancora oggi la società non sia ancora pronta ad accettare e affrontare la loro situazione e a non cedere subito allo stereotipo di transessuale equivalente a prostituta (senza sapere che circa il 30% dei trans si prostituisce).

“C’è castrazione mentale e ipocrisia”, dice ancora Leila, “una sorta direpressione globale”.

E oggi che il corpo è fonte di profitto, che l’immagine fa buona parte della persona, come si può vivere da transessuali?

La vita è per i trans un percorso, un percorso lungo il quale raggiungere la propria identità, dunque se stessi. Ma ora ditemi, qual è altro fine se non la conoscenza di sè e la completa dispiegazione della propria identità di qualsiasi altra, singola vita?


Vi abbraccio

Marco Michele Caserta