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domenica 16 gennaio 2011

“UN BACIO” DI IVAN COTRONEO: LA STORIA-PROIETTILE CHE RACCONTA L’OMOFOBIA

Si intitola "Un bacio" il nuovo libro di Ivan Cotroneo. Una "storia proiettile" intensa e spietata, tanto fulminea (il libro è di appena 90 pagine, e viva chi come lui dimostra che le opere importanti non sono per forza prolisse) quanto efficace, al punto da risultare, in un certo senso, quasi frastornante.
L'abbiamo indicata di frequente a modello la scrittura di Ivan Cotroneo, più di una volta i suoi lavori - al cinema, alla tv, ma anche solo quando scrive una pagina sul Corriere della Sera - hanno avuto il pregio di reimpostare il dibattito su temi importanti, anzi fondamentali, mettendo alla porta il luogo comune e favorendo l'ingresso, dall'altro lato, di potenti fotografie del reale. Iperboliche certo, come l'arte vuole che siano, ma mai sproporzionate o menzognere, anzi al contrario estremamente schiette e perciò in grado di attirare lo sguardo del grande pubblico, che decreta, per l'autore, un'ininterrotta serie di successi.


Parla di omofobia, in questo libro, Cotroneo. Ne parla come tutti dovrebbero parlarne, con "cognizione di causa" si dice. Ha tenuto gli occhi aperti, tanto sulle cronache quanto sulle nostre feroci strade. E si è fatto delle domande, cercando nelle ricerche e negli studi di abbozzare le risposte. E infatti nell'appendice lo capiamo, e troviamo pure il riferimento a Schoolmates, un progetto messo in campo da Arcigay e che ha prodotto un interessante ritratto del bullismo omofobico nelle scuole italiane. Lui li ha letti i report di Schoolmates, i poltici - chi ci governa - evidentemente no.

Gli abbiamo fatto qualche domanda.

Con "un Bacio" hai scelto di raccontare l'omofobia: prendi una storia molto cruenta e la rappresenti - minuto per minuto, pensiero per pensiero - allo sguardo del lettore. Perchè? C'è qualcosa che va chiarito, secondo te, su questo tema? Oppure piuttosto c'è bisogno di fare uscire queste storie da una nicchia "comunitaria" per renderle visibili a un pubblico più ampio
Non so quanto si ‘scelga’ effettivamente, quando si scrive qualcosa. Un po’ io sono stato scelto da questa storia. Da quando ho letto nel 2008 dell’omicidio di Larry King ho cercato un modo per raccontare questa vicenda. Solo che avevo bisogno di farla mia, narrativamente, di reinventare personaggi, ambientazioni, psicologie. E’ una storia che mi ha ossessionato. Credo in sostanza che volessi dire la mia sulla tragedia dell’omofobia e mi accorgo adesso, quando insisto per presentarlo nelle scuole, che avverto l’urgenza di parlare di quello che succede, in Italia e nel mondo, con i ragazzi, con i più giovani. Non so se c’è qualcosa che vada chiarito (nel caso, non credo di essere in grado io di chiarire qualcosa), credo però nel potere delle storie, nella forza che hanno, nei meccanismi psicologici che fanno scattare. Non può esistere nessuna nicchia, quando si parla di violenza. Il sentire su un tema come questo dovrebbe, anzi deve, essere condiviso. L’omofobia è un orrore, punto.

L'omofobia che racconti si manifesta in un ambiente molto particolare, il più delicato probabilmente: la scuola. Perchè quel contesto e non, ad esempio, la strada? Perchè non una storia come quella di Svastichella?
Se avessi dovuto scrivere un saggio, avrei potuto – purtroppo – usare molte storie per mostrare come l’omofobia sia dilagante e non colpisca solo scuole e strada, ma cento altri ambienti. Ma io non so scrivere saggi, cerco invece di scrivere storie. E la scuola mi affascina, mi affascina quello che dovrebbe succedere lì dentro e spesso non succede, mi piace scrivere di ragazzi per i quali, per un periodo della vita, la scuola diventa lo spazio più importante della vita, più ancora di quello famigliare. Nello stesso tempo credo che che la scuola sia il luogo dove si formano le coscienze. E’ per questo che alle campagne contro l’omofobia che si svolgono nelle scuole credo molto. Ed è per questo che i tagli all’istruzione, in un paese che guarda al futuro mi sembrano insensati. La scuola non è solo un posto dove ci si istruisce. Deve essere un posto dove si impara a vivere e convivere civilmente. E a non avere paura. Il centro del mio libro in fondo è questo: parla delle tragedie che può scatenare la paura.

Nel frontespizio citi The Smiths, alcuni versi di una bellissima canzone: "La sorte che ho avuto può rendere cattivo un uomo buono", dice. Dietro al cattivo insomma c'è un buono che la sorte - la malasorte - ha reso diverso. Suona come un'assoluzione, nel tuo libro in particolare una forte attenuante alle colpe di quella mano armata...

E’ curioso che tu mi dica questo. Per me i versi di quella bellissima canzone si riferiscono un po’ a tutto il libro, ma in particolare a Lorenzo, la vittima, il ragazzo che muore. E’ lui ad avere avuto una sorte difficile (l’assenza dei genitori, l’orfanotrofio, il tentativo di adozione in una famiglia che non lo voleva) e a non essere diventato cattivo. Ed è lui che per la prima volta vorrebbe qualcosa che non ha mai avuto: l’amore di Antonio. E’ suo il desiderio struggente che c’è in quella canzone di potere essere felice per una volta, almeno una volta nella vita. E nel libro, in questa storia Lorenzo non riuscirà ad avere ciò che vuole. Invece non ho cercato assoluzioni né attenuanti per Antonio, l’assassino del mio libro. Tanto che nella nota finale pongo l’accento sulla mancanza, nel codice penale, di un’aggravante per i reati commessi per omofobia. Ciò nonostante penso anche che in questa storia la colpa non possa essere solo di Antonio, un ragazzino spaventato di sedici anni. La colpa per me è in chi lo educa alla violenza, nel padre, nella famiglia, nel gruppo di amici, nella scuola che non lo aiuta nelle sue paure e sicuramente più in generale in una società che fa di una persona gay un diverso, qualcuno di cui avere paura. Se Antonio, come succede nel libro, prova attrazione per Lorenzo, e se ne vergogna, la colpa non è sua. Non crederò mai che l’uomo nasca omofobico. L’uomo è reso omofobico da quello che gli sta intorno: famiglia, scuola, società, mezzi di comunicazione. Per questo Antonio non è un mostro, è il figlio di una società e di un ambiente mostruoso: quello in cui viviamo.

In Italia manca ancora una legge contro l'omofobia, cioè una norma che punisca l'omofobo: molti altri Paesi ce l'hanno. Ma punendo gli omofobi, l'omofobia scompare?

No, certamente, se la legge contro l’omofobia non è espressione di una cultura civile più ampia. Ma per creare una coscienza civile ci vogliono anni, decenni, e nel caso del nostro paese, credo una rifondazione totale dei valori che ci vorrà molto tempo per ottenere. E nel frattempo una legge che preveda pene più aspre potrebbe ben servire da deterrente, secondo me. Quindi la legge è un’urgenza, ma da sola non basta. Per fare scomparire l’omofobia occorre l’impegno civile a sradicare un pregiudizio odioso e insensato. Occorre anche, da subito, che chi è in una posizione più esposta, politici, persone dello spettacolo, scrittori, si impegni soprattutto con il linguaggio a rispettare le persone omosessuali.

Nei tuoi lavori ti soffermi spesso sulla famiglia, tracciando ritratti molto particolareggiati e soprattutto molto diversi tra loro, che vanno dal disfunzionale de "La kriptonite nella borsa" ai diversi modelli di "Tutti pazzi per amore", fino alla famiglia incrostata di dolore di Antonio e .a quella "in cantiere" di Lorenzo in quest'ultimo libro. Insomma, sembri voler investire di un ruolo molto importante la famiglia, anzi le famiglie. é così?

Credo di sì. Come te, devo guardare dall’esterno i miei libri, per potere riconoscere i temi che sono, di fatto, più miei, perché nel momento della scelta non sono consapevole, non è come se dicessi “adesso voglio proprio parlare della famiglia”. Credo che la famiglia sia uno spazio fondamentale per la formazione delle coscienze, che le famiglie possano essere luoghi di felicità o di dolore insostenibile, di sviluppo o di involuzione. E credo che tutti nella vita ci creiamo delle famiglie, una rete di affetti che comprende amici, compagni, fidanzati. Insomma quando pensa alla famiglia non penso solo a quella di nascita, ma a quella che ci creiamo. La definizione di famiglia che prevedono il nostro codice civile e i nostri stanchi e spaventati legislatori non corrisponde per niente a quello che io vedo intorno a me. Ma questo è un altro discorso.

Nel 1982 quando il Comune di Bologna assegnava il Cassero alla comunità omosessuale, alcuni residenti della zona sfilarono per le strade con uno striscione, con una scritta in dialetto che, tradotta, diceva: "Meglio un figlio ladro che un figlio gay". Quasi trent'anni dopo, solo un paio di settimane fa Silvio Berlusconi gelava l'opinione pubblica mondiale con l'ormai famigerata frase "Meglio andare con le belle ragazze che essere gay". La somiglianza tra le istanze, a più di un quarto di secolo l'una dall'altra, inevitabilmente scoraggia. Secondo te è solo una coincidenza o davvero in tanti anni in Italia, su questi temi, è cambiato poco e niente?

Non è una coincidenza, e le cose non solo non sono cambiate, sono peggiorate. In mezzo, fra le mille altre cose, è stato detto anche “meglio fascista che frocio”. Peccato che l’onorevole che ha pronunciato quella frase dimentichi che nella nostra costituzione l’associazione fascista costituisca ancora reato. Mancano degli studi precisi sui reati per omofobia, ma quello che ne sappiamo indica una recrudescenza delle violenze. “Non siamo più nel 2000, siamo nel 2010”, fa dire Ozpetek al protagonista di Mine Vaganti. Come molti, con il gay pride del 2000 io credevo che fossimo avviati su una strada di maggiore consapevolezza. Mi sbagliavo clamorosamente, congiunture politiche, inasprimento dei toni, e perfino irrigidimenti religiosi hanno portato alla soluzione in cui siamo oggi. Insomma, per me c’è molta strada da fare. Il che non significa che io sia scoraggiato, altrimenti l’ottanta per cento di quello che faccio con il mio lavoro non avrebbe senso. Non è tempo di scoraggiarsi questo, è tempo di stare attenti a quello che si dice e si fa. Tempo di essere precisi, di rispondere con le nostre coscienze, con le nostre parole, con i nostri fatti e anche, ovviamente, con il nostro voto.
Vincenzo Branà

Fonte: http://www.cassero.it/incontri/post/un-bacio-intervista-a-ivan-cotroneo/ 

Bellissima intervista!
Leggerò sicuramente questo libro!

Vi abbraccio

Marco Michele Caserta